Per una piattaforma da mangiare – mettere in rete il territorio

di ReTer, articolo apparso su altgiornalepartecipato.it

A partire da un approfondimento sui temi dell’ecologia e della politica, sulle forme di organizzazione tra sostenibilità e conflittualità, è emersa una mappatura – da continuare ad implementare – delle realtà alternative alla grande distribuzione presenti nel VII municipio: dai mercati (rionali e periodici) ai luoghi di socialità e di distribuzione di prodotti a Km 0, dagli orti urbani ai GAS, passando per i “mercati alternativi” e le cucine popolari, fino ai produttori di tali realtà.  

La consapevolezza è la presa di coscienza, interiorizzazione profonda della conoscenza che si fonde e armonizza con la persona dando forma e rendendo autentica l’etica, andando oltre la superficiale informazione, il semplice sapere e la conoscenza intellettuale. Antitesi di azioni quotidiane abitudinarie, svolte meccanicamente e senza riflettere su ciò che stiamo facendo mentre ci spostiamo, acquistiamo e consumiamo, quando usiamo la tecnologia così come quando mangiamo.

È la consapevolezza in merito al cibo uno degli assunti della rete di cucine popolari autogestite che coinvolge cucine popolari e di strada, mense, osterie e taverne autogestite, mercati e produttori, orti urbani, Gruppi di Acquisto Solidale e laboratori di autoproduzione.

Una rete che ha cominciato a raccogliersi intorno a un festival annuale la cui prima edizione si è svolta all’Xm24 di Bologna nel 2016, seguita nel 2017 dal CSOA  Forte Prenestino a Roma. Un momento di incontro e confronto di esperienze mosse dalla convinzione che l’alimentazione sia un campo non neutro, che vive le contraddizioni e i ricatti del mercato, e che quindi debba essere un terreno di lotta e possa innescare processi politici. Un incontro di tutta la filiera del cibo consapevole che resiste alle trasformazioni in corso nelle nostre città sempre più colonizzate da centri di attrazione per turismo a-critico e consumatore, città in cui si moltiplicano i punti di ristoro, di distribuzione di cibo caratterizzato da un abbassamento di qualità inversamente proporzionale all’innalzamento dello sfruttamento della terra, del lavoro e degli animali. Trasformazioni che contemplano anche la variegazione mercatista di un consumo fintamente consapevole, una qualità preconfezionata senza conoscenza a valle e senza collaborazione a monte, che rappresenta un’insidia perché confina la qualità e la sostenibilità in un segmento di mercato globalizzato senza generare un nuovo sistema che metta al centro territori e cittadini.

Il festival annuale è momento fondamentale di dibattito e approfondimento sulla filiera alimentare e l’approvvigionamento delle materie prime, su ecologia e politica, sulle forme di organizzazione tra sostenibilità e conflittualità, di analisi sul profitto e sul controllo del cibo nelle istituzioni totali e sullo sfruttamento di specie e di corpi. Ma è anche un momento di scambio di esperienze e di assaggi, di convivialità fatta di pranzi e cene con mercati e cucine in piazza.

Un’alimentazione di consapevolezza che necessita anche di nutrimento di conoscenza delle esperienze sul territorio, affinché gli sforzi isolati guardino oltre l’attuale orizzonte per convertirsi in un percorso comune, l’embrione di un nuovo sistema di produzione e consumo. Da qui nasce l’esigenza di mappare le realtà con strumenti accessibili in rete. Sulla spinta di SCuP ReTer  è cominciato così il lavoro per la realizzazione di una mappa con questo spirito, ovvero con consapevolezza etica degli strumenti e piattaforme digitali da adoperare per la costruzione di una mappa critica e collaborativa.

Una consapevolezza finalizzata alla liberazione di spazi della rete attraverso infrastrutture e servizi indipendenti e autogestiti che operino fuori da dinamiche e interessi commerciali e di profitto nella tutela dei diritti di libertà di comunicazione e di espressione, di tutela della privacy e di anonimato nella salvaguardia dei beni comuni digitali.

Su questa base è stata scalata questa esperienza a livello locale con un fine fondamentale, la conoscenza reciproca e l’interazione dei soggetti e delle pratiche nei loro contesti di vita, una condizione fondamentale per attivare il loro potenziale di trasformazione, perché è soltanto dalle reti di prossimità, dai vincoli della condivisione quotidiana che può prendere piede il cambiamento.

Abbiamo quindi impostato una prima mappatura, da continuare ad implementare sulla base di dati che per il momento non siamo riusciti a reperire, delle realtà alternative alla grande distribuzione presenti nel VII municipio, rilevando la potenzialità dell’innesco di intrecci e relazioni virtuose. Sono stati individuati i mercati rionali ed i mercati periodici organizzati da Campagna Amica, luoghi di socialità e di distribuzione di prodotti a Km 0gli orti urbani, pezzi di territorio nei quali i cittadini auto-producono consapevolmente il proprio cibo, i GAS, i “mercati alternativi” e le cucine popolari nei quali vengono distribuiti prodotti provenienti da una filiera sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, ed anche i produttori che queste realtà riforniscono. Dalla relazione tra tutte queste declinazioni produttive e di distribuzione è emersa una fitta rete di collegamenti la quale, se adeguatamente rinforzata da connessioni ulteriori, può disegnare la fattibilità di una nuova economia.

Cucinare senza fretta. Ogni giovedì

di Giuseppe Levanto, da comune-info.net

Accadono cose un po’ folli tra i fornelli di uno spazio occupato della periferia romana come Scup. Ogni giovedì sera la trattoria diventa una palestra di abilità sociali, relazionali, domestiche e di cibo buono grazie a “Cucinare con lentezza”, iniziativa dei ragazzi (autistici e non) della cooperativa sociale Giuliaparla. Quella che era una bizzarra idea è diventata una serata occasionale bellissima e poi un appuntamento settimanale sempre più atteso. Eh sì, certi spazi occupati andrebbero proprio sgomberati.

Se ci chiedete come e quando siamo arrivati fino a qui probabilmente non sapremo mai rispondervi, ma di una cosa siamo certi, vogliamo andare avanti. Il progetto “Cucinare con lentezza”  è il frutto di un’idea nata in una serata primaverile del 2017, quando un gruppo di ragazzi autistici e non, complice una giornata di divertimento ben riuscita nelle stanze accoglienti di Scup (Sport e  cultura popolare, spazio sociale occupato di Roma), comincia a pensare come trasformare in opportunità un ambiente decisamente friendly. All’inizio le idee sono tante, si moltiplicano e ci confondono, ma una cosa mette tutti d’accordo: il cibo. Trovato il mezzo di sintesi perfetto bisogna articolare e capire come organizzare il percorso.

L’idea prende forma. Lavorare nello stesso tempo in un contesto dinamico e accogliente su abilità sociali, relazionali, domestiche è una scommessa che ci incuriosisce, complice la follia giusta dei ragazzi di Scup, i ragazzi della cooperativa sociale Giuliaparla cominciano a disegnare i contorni della proposta, che si concretizzano in una serata prova decisamente ben riuscita. Ormai è fatta, quella che prima era una semplice idea è diventata un’iniziativa bella e concreta, che funziona, che diverte e sopratutto ci diverte, che offre a ragazzi con autismo e non una bella palestra d’inclusione e di scambio, che forma e informa, da e prende informazioni, al grido di cucinare si, ma lentamente.

I fornelli diventano un’arma perfetta e le tavolate piene un campo di battaglia buono per innescare il tutto. Alla prima serata seguono delle altre, aumentano le adesioni, si tirano le somme, si correggono gli errori, si diventa leggermente più bravi e un pochino più veloci, e si decide di riflettere su come dare seguito all’iniziativa. L’estate ci prendiamo una pausa, dove però, anche se in assetto di vacanza, testiamo una serata lontano dal luogo che ci ha visto nascere, e ne esce fuori una di quelle serate bomba che ci fanno capire di essere sulla strada giusta. Ormai ci siamo montati la testa e siamo già pronti e operativi a coccolare lentamente i vostri palati, a scambiare due chiacchiere e a raccontarvi questa storia buffa che continua.

Il patrimonio di Atac tra svendita e riqualificazione

di Gaia Benzi, da DinamoPress

Intorno all’ex deposito Atac di piazza Ragusa, e alle altre rimesse abbandonate, si scontrano due idee diverse di città: quella della finanza, fatta di privatizzazioni e speculazioni, e quella dei beni comuni urbani.

Quale sarà il destino del patrimonio immobiliare di Atac? É questa la domanda dei cittadini radunati sotto la sede Atac di via Prenestina, in un presidio organizzato il 4 dicembre scorso dalla rete territoriale Cinecittà Bene Comune. Cartelli, striscioni, espressioni di solidarietà ai lavoratori in lotta animano la protesta sugli immobili della partecipata, nuovamente a rischio svendita dopo il concordato “in bianco” firmato lo scorso 14 settembre dalla Giunta Capitolina.

Il presidio, però, è solo l’ultimo capitolo di una battaglia che va avanti da molti anni: dal 2014, per la precisione, e cioè da quando Cinecittà Bene Comune occupò simbolicamente l’ex-rimessa di piazza Ragusa per chiederne la riapertura.

“Sono due i motivi per cui ci troviamo qui oggi”, spiega Chiara al megafono. “Uno riguarda la gestione dell’Atac, che vogliamo resti pubblica, e la solidarietà ai lavoratori in mobilitazione. L’altro motivo, strettamente connesso, riguarda la gestione del patrimonio inutilizzato dell’azienda, sul quale da anni la rete territoriale Cinecittà Bene Comune sta conducendo una battaglia di salvaguardia e recupero.”

Due questioni all’apparenza slegate, ma che in realtà si intrecciano nella storia complessa e quasi incomprensibile della ristrutturazione aziendale di Atac; e che oggi, diciotto anni dopo l’inizio di questa storia, incidono profondamente sulla qualità del servizio e sull’urbanistica della città.

Ma perché il collasso dell’azienda di trasporto pubblico della Capitale e i suoi immobili in dismissione dovrebbero essere collegati? Come si intreccia il destino delle ex-rimesse diffuse in tutta Roma con il servizio reso ai cittadini? E soprattutto, se Atac è fortemente indebitata, perché opporsi alla vendita degli immobili?

I gioielli di famiglia di Atac

Per rispondere a queste domande occorre fare un passo indietro – o forse due – e ricostruire le vicende che negli ultimi anni hanno dettato le sorti della partecipata. Ci aiuta a farlo uno studio del 2012, condotto dall’Università di Roma Tre e intitolato “La ricchezza dell’Atac”, che illustra in dettaglio i cambiamenti a cui l’azienda è andata incontro e fornisce un quadro di riferimento completo.

Tutto inizia quando, nel 2000, ATAC cessa di essere un’Agenzia Speciale del Comune, e diviene una Società per Azioni a partecipazione pubblica. All’epoca era già chiarissima la situazione di sofferenza di Atac, e i bilanci in passivo ne prefiguravano il fallimento. L’allora giunta Rutelli decise di correre ai ripari e ristrutturare la società, dividendola in due tronconi: Atac SpA, con funzione di programmazione e pianificazione (e controllo), e TRAMBUS SpA, dedicata alla gestione dei servizi. Il patrimonio immobiliare dell’Agenzia Speciale Atac, fino ad allora proprietà del Comune di Roma, viene dunque ceduto dal Comune ad Atac Spa, che ne rileva anche la gestione.

Nel 2004, in occasione della ratifica del Patto per la Mobilità, viene stilata una lista dei beni immobiliari di proprietà della Atac Spa, divisi tra “alienabili nel breve e nel medio periodo”. L’anno seguente, il 2005, il Consiglio Comunale approva il Piano economico e finanziario 2005-2011, dando il via al processo di cartolarizzazione vero a proprio: nasce uno “spin-off immobiliare” dedicato allo scopo, la Atac Patrimonio Srl, alla quale Atac cede la proprietà degli immobili con l’obiettivo di valorizzarli – cioè venderli – per sanare il debito della società madre. A tale fine, Atac Patrimonio viene dotata di un capitale sociale di 80 mln di euro, e viene approvato un finanziamento quindicennale con la Cassa Depositi e Prestiti pari a 160 mln di euro.

L’allora giunta Veltroni sancisce così la decisione, già espressa dall’amministrazione precedente, di affidare il risanamento di Atac alla vendita diretta dei suoi immobili, visti come vera e propria cassa alla quale attingere per ripagare il debito della società. Come se per sanare la malagestione che aveva generato il buco di bilancio fosse sufficiente vendere i gioielli di famiglia, lasciando intatto un modello economico e soprattutto gestionale della mobilità romana chiaramente disastroso.

Valorizzazione o speculazione?

Da lì in poi la situazione cambia poco, se si esclude la breve parentesi di Roma Patrimonio srl che, attiva dal 2009 al 2011, ha avuto il solo merito di costringere il Comune di Roma a intervenire nuovamente in favore di Atac accollandosi nuove porzioni di debito.

Il piano, dunque, sin dall’inizio, era quello di salvare Atac vendendone i pezzi di pregio, puntando soprattutto sulle tre mastodontiche ex-rimesse di San Paolo, piazza Ragusa e piazza Bainsizza, patrimonio enorme in termini di metriquadri e archeologia industriale, lasciato da anni in stato di abbandono.

Anche solo la vendita rappresenterebbe un danno enorme per la cittadinanza, con la perdita di pezzi importanti del patrimonio pubblico e la creazione di una toppa che, per sanare le magagne di pochi, toglie moltissimo a tutti. Ma l’assurdità della vicenda è tale che le modifiche architettoniche delle ex-rimesse avallate da Atac nell’operazione di vendita vanno addirittura contro il PGR, il Piano Regolatore cittadino; quello stesso piano regolatore che veniva varato in contemporanea alla decisione di vendere gli immobili Atac secondo questi parametri.

La deroga necessaria alle modifiche, infatti, prevede un aumento delle cubatore di tre volte superiore rispetto ai limiti oggi imposti all’urbanistica cittadina, e un cambio di destinazione d’uso a commerciale e abitativa in tre quadranti della città che sono da sempre carenti di servizi e infrastrutture. Come lo studio sopra citato dimostra diffusamente, questo porterebbe ad aggravare una situazione che è già al limite del collasso, spesso e volentieri proprio nel settore della mobilità.

Ed è così che Atac, mentre paga l’affitto per gli uffici di via Prenestina e via Ostiense, svende agli immobiliaristi romani centinaia di metri cubi per farne appartamenti di lusso e centri commerciali, sperando in tal modo di saldare un debito che le ultime vicende hanno allargato ben oltre le possibilità di rientro previste in origine.

La favola della valorizzazione si rivela essere pura e semplice speculazione. Nel frattempo, la stessa sorte rischia di toccare anche ad altri edifici “minori”, come quello recuperato dalle attiviste di Lucha y Siesta nel quadrante di Cinecittà.

Le lotte dei cittadini e il progetto di riqualifica

A tutto questo si oppongono da anni comitati e reti che, dal basso, promuovono un’idea diversa per la riqualificazione degli immobili e il rilancio della partecipata.

L’ex-rimessa di piazza Ragusa, ad esempio, è al centro di un progetto partecipato di riqualifica che prevede per lo stabile una riconversione ad eco-stazione. Insieme ai cittadini della rete Cinecittà Bene Comune hanno contribuito all’ideazione del progetto gli stessi lavoratori dell’Atac, con l’obiettivo congiunto di creare posti di lavoro e aumentare i servizi per il territorio; il tutto nel rispetto dell’ambiente.

“L’obiettivo”, si legge nel volantino distribuito al presidio, “è quello di realizzare un polo ecologico in grado di offrire il servizio di trasporto pubblico per il centro storico e per le aree urbane limitrofe, valorizzando la tutela dell’ambiente e la promozione di una mobilità alternativa al servizio del traffico locale e di quello indotto dalla vicina stazione Tuscolana, rilanciando i livelli occupazionali, e riqualificando e selezionando in termini di ecosostenibilità l’offerta in risposta alla crescente domanda di mobilità”.

All’obiezione canonica del sì, ma non ci sono soldi, la rete ha risposto sottolineando come, per un progetto del genere, sia possibile attingere ai Fondi Strutturali Europei, nei quali proprio la partecipazione della cittadinanza è tra i requisiti fondamentali per l’assegnazione. Con la collaborazione di alcuni docenti dell’Unversità di Tor Vergata ha inoltre stilato un “Piano di sostenibilità finanziaria” che dimostra come il progetto sia non solo fattibile, ma addirittura auspicabile da un punto di vista economico.

Una prima vittoria era stata ottenuta dalla Rete con l’iscrizione della facciata dell’edificio tra i beni di archeologia industriale, per impedirne un’eventuale demolizione. E in numerosi tavoli tra Comune, Atac e cittadini era stato chiesto e ottenuto che piazza Ragusa fosse tolta dalla lista dei beni alienabili. Ma il concordato, purtroppo, ha rimesso tutto in discussione.

È per questo che Cinecittà Bene Comune ha indetto il presidio del 4 dicembre, al quale si è unito il Comitato per la riqualificazione dell’ex-rimessa Vittoria di piazza Bainsizza. Alla richiesta di incontro avanzata al presidio ad oggi non è stata data alcuna risposta e, insieme ai lavoratori e ai cittadini attivi nei quartieri, la rete prepara nuove mobilitazioni.