EcoSolPop // Festa dell’olio e delle olive solidali

Tra i banchi di questa edizione del mercato-non-mercato troverete produttori e produttrici di olio, olive, pane, bruschette: dall'olio di #Riace per continuare a sostenere i produttori della cooperativa Nelson Mandela, alle olive Nocellara del Belice di Contadinazioni (PA) passando per Civitella d'Agliano ed il Bio-distretto Olio Sabino (VT).
Una giornata all'insegna della convivialità e del mangiar bene, per continuare a riflettere sui nostri consumi. EcoSolPop è la domenica ecologica, solidale e popolare: una domenica al mese per mettere in pratica e sperimentare economie fondate sulla solidarietà e sulle relazioni, per avvicinare produttori, artigiani e consumatori, per ridurre la filiera agroalimentare nel rispetto del lavoro e dell'ambiente.

Programma (in aggiornamento):
Ore 10:00 Apertura del mercato-non-mercato con banchi di produttori a filiera corta ed artigiani del riuso e del riciclo

Ore 10:30 - 13:00 "Piccola distribuzione solidale a Roma". Incontro aperto della Rete Economia Sociale e Solidale Roma -Ress sulla costruzione della piattaforma distributiva solidale romana

Ore 10:30-16:30 Assemblea nazionale campagna Stop TTIP - Italia / Stop CETA

Ore 13:00 Pranzo conviviale a cura dell' Hostaria Agli Scuppiatti

Ore 14.30 Laboratorio per i più piccoli

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PICCOLA DISTRIBUZIONE SOLIDALE A ROMA 

Il gruppo di lavoro sulla piattaforma distributiva solidale della Rete Economia Sociale e Solidale Roma -Ress (Er decentro/Punto in comune ) vi invita il prossimo 3 febbraio dalle ore 10.30 alle 13.00 (durante Ecosolpop a Scup), ad un incontro aperto a tutte le realtà della rete ress ed ad altri sogetti collettivi interessati ( produttori, altri gas ristorazione alternativa osterie popolari e quant'altro si occupi della filiera del cibo ed affini) . L'obiettivo di questo incontro sarà quello di confrontarsi e discutere sulla sperimentazione avviata relativa al modello di piccola distribuzione organizzata solidale che si sta sperimentando a Scup da circa un anno, sostenendo attraverso una serie di ordini collettivi alcune realtà produttive che stanno praticando un altro modo di fare agricoltura.
L' incontro è stato pensato anche per raccogliere indicazioni e adesioni su questa progettualità e stabilire una serie di criteri per rendere questa sperimentazione più stabile e partecipata. A tal fine invitiamo tutte le realtà a far circolare questo appuntamento ovunque si ritenga utile
Ordine del giorno:
• Definizione dei soggetti collettivi disponibili a partecipare al patto di lavoro per la piattaforma .
• Presentazione dei produttori ad oggi individuati e ricerca di altri possibili produttori e servizi da coinvolgere nella piattaforma .
Inoltre vi ricordiamo che si sta preparando anche il prossimo ordine collettivo che sarà attivato tra qualche giorno e che prevederà la distribuzione nella prima o seconda settimana di marzo ( presto daremo riscontro esatto della data)

Per info scrivere a ressroma@gmail.com

Oltre Scup, per una cura del territorio

di Gaia Benzi, da CheFare

Il sole sta tramontando e tinge di ocra le palazzine color mattone. Batte sulle finestre degli ultimi piani e illumina i fiori che iniziano a sbocciare nei balconi, disposti in vasi ordinati accanto agli stendini. Il cielo è terso e azzurro, così azzurro da sembrare più grande del solito.

“Che guardi?” Chiara mi porge i volantini tirandoli fuori da una sacca, piccoli foglietti in bianco e nero con le attività della settimana e del mese stampate sopra. “Niente, il cielo”, rispondo stringendomi nel cappotto. Siamo stanche, abbiamo staccato da lavoro e siamo corse a Scup per fare questa cosa, altrimenti quando la facevamo, “dai non ci vuole tanto, così ci leviamo il pensiero”. Spegne la sigaretta e andiamo.

Raggiungiamo l’arteria principale, via Appia Nuova, e la strada ci inghiotte con la sua frenesia crepuscolare. Il traffico copre ogni cosa di fumi e di clacson, mentre un’umanità veloce si disperde in rivoli di macchine, autobus, motorini, tutta concentrata nello sforzo del quotidiano.

Ci fermiamo sul marciapiede accanto all’incrocio dell’Alberone e restiamo lì, impalate e un po’ intirizzite, ad allungare discretamente i nostri pezzi di carta. Qualcuno li prende volentieri, altri parlano al telefono, altri ancora scuotono la testa piccati e ci fanno scappare un sorriso complice.

“Ho bisogno di un caffè”, mi dice Chiara a un certo punto. Sarà passata mezz’ora, forse nemmeno. “Perché no, facciamo una pausa.” Ripongo i volantini nella sacca e ci sediamo ai tavolini di un bar poco distante.

Siamo cresciute in queste vie, le vie che circondano Scup, e ci capita spesso di fare volantinaggio insieme. Ho conosciuto Chiara quattro anni fa, per caso, e tra un bicchiere di vino e l’altro abbiamo fatto amicizia. A Scup abbiamo iniziato a parlare dei cambiamenti che il nostro quartiere stava subendo, e in un circolo vizioso di volantinaggi, bicchieri di vino e caffè reciprocamente offerti ci siamo dette che era necessario fare qualcosa per orientarli, questi cambiamenti, o almeno stargli appresso. Da allora, insieme all’offerta di servizi e alla creazione di posti di lavoro, la cura del territorio è diventata parte integrante dell’esperimento di community welfare che come Scup ci sforziamo di portare avanti.

Ma non è scontato. San Giovanni, e più in generale l’Appio-Latino, è una zona di Roma Sud che ha una sua storia e una sua evoluzione. Come ogni quartiere, borgata o rione di Roma, è una delle tante città dentro la città: un tempo campagna, confine della Roma intra muros, è diventata periferia ad inizio Novecento, finché la periferia non si è spostata un po’ più in là, e un po’ più in là ancora, e ancora, un polipo che allunga i suoi tentacoli verso l’agro romano. Oramai è considerata centro rispetto al resto della città consolidata.

Un po’ romana, un po’ mantovana, Chiara queste strade le ha attraversate sin da bambina. Ha studiato antropologia e adesso lavora come operatrice sociale, aiutando i migranti, applicando nella pratica quello che ha letto sui libri. Vive a Roma in pianta stabile da oltre vent’anni, e anche lei, come me, nel tempo ha visto il quartiere impoverirsi e chiudersi in se stesso.

Sorseggiamo il caffè con calma, accendiamo una sigaretta e ci guardiamo intorno. Una fila ininterrotta di luci al neon ci invita ad aprire il portafogli per mangiare, vestirci, telefonare, arredare, giocare, misurando la nostra identità con la quantità di contanti che siamo in grado di spendere lungo la strada di casa. Osserviamo le persone che ci passano davanti, spinte da un’urgenza insensata, che corrono e si urtano e non si guardano mai in faccia

Sono i liberi professionisti di San Giovanni, i pischelli dell’Alberone, i commercianti di via Appia Nuova, i nipoti dei ferrotranvieri che hanno dato vita al quartiere negli anni Venti, certo più ricchi dei loro nonni. Ti aspetteresti di vederli sazi e tronfi, e invece eccoli lì, nervosi e corrucciati, feriti dagli scempi immobiliari che hanno ridotto la florida offerta di servizi pubblici a una serie di transazioni economiche private. Mentre i palazzinari ingrassano, ignorando sistematicamente le compensazioni dovute alla città per le colate di cemento gettate in anni di anarchia urbanistica.

“Ma che c’avranno questi che so’ tutti incazzati”, sbotta Chiara scoppiando in una risata potente e facendo tremare la cascata di ricci che ha in testa. Un gruppetto di anziani accanto a noi si gira e inizia a borbottare, svuotando i bicchieri che ha davanti. “Beh, pure noi, non è che siamo messe meglio”, le rispondo mentre scivolo più in basso sulla sedia. Ride di nuovo. Alza le spalle e poi aggiunge: “In effetti un po’ li capisco”.

Sembriamo tutti sfaldati: noi, i passanti, i vecchi che borbottano, e soprattutto la cameriera bionda con due occhiaie pesanti che ci porta il resto al tavolino. Tanti atomi impazziti, incattiviti e sfiduciati.

La febbre immobiliare degli ultimi trent’anni ha disgregato il tessuto sociale che resisteva nei territori e lo ha diviso in monadi, singoli individui costretti a un lamento senza catarsi, un confronto senza empatia. Nella realtà mastodontica della città metropolitana, l’Idra romana dalle mille teste, la politica è diventata sempre più simile al tifo organizzato, e molti oramai si cullano nella convinzione che essere attivi politicamente significhi avere un’opinione sulle cose. Fare politica è diventato sinonimo di fare spogliatoio, perdendo così la capacità di influire nel presente, di adattare la materialità ai diritti, o anche solo di guardare al futuro.

Ogni tanto, però, un evento irrompe e spezza lo schema. Lo si incontra seguendo la scia di abbandono che la speculazione si è lasciata alle spalle. Le serrande abbassate e gli scheletri di grossi poli produttivi caratterizzano il paesaggio romano tanto quanto le antenne paraboliche che svettano nel cielo terso della Capitale, e i luoghi del cosiddetto degrado urbano stanno lì a segnare l’incompetenza, la miopia e a volte anche la malafede di chi ha amministrato questa città nei decenni passati. Eppure, malgrado tutto, è in questa scia che crepitano le fiammelle prepolitiche dell’aggregazione, i tentativi di tornare a fare gruppo su problemi comuni.

Il caffè è finito ma non abbiamo voglia di alzarci, la stanchezza del giorno ci inchioda alle sedie. Parliamo di villa Lazzaroni, un piccolo parco pubblico, poco distante da dove siamo adesso: è l’unico spazio verde rimasto intatto nella babele commerciale.

“Mi ricordo quando ci giocavo da piccola, era il fiore all’occhiello della zona”, dice Chiara con un po’ di nostalgia. La villa ora è lasciata a se stessa, i girelli e le altalene sono rotti e i bambini non ci giocano più. “Sai che su questa cosa è nato un nuovo comitato? Dovremmo contattarli, capire come possiamo aiutarli”, conclude accendendosi un’altra sigaretta.

Sento spesso affermare, soprattutto da chi occupa cariche istituzionali ma non ha oneri di governo, che la politica deve tornare a parlare dei problemi, trovare delle soluzioni ai problemi, riformare, oliare i meccanismi arrugginiti della macchina statale per far sì che tutto sia bello, pulito e funzioni come si deve. Ciò che Scup invece mi ha insegnato, con la grande pazienza e la flemma febbrile tipica dell’autogestione, è che i problemi, in realtà, non sono importanti: anche loro, come ogni cosa, da qualche parte hanno un punto debole.

Più importanti dei problemi sono le persone che quei problemi li vivono, e che pensano valga la pena affrontarli, in un modo confuso che ancora non sanno. A volte sono mosse da una spinta conservatrice, restia al cambiamento, che batte i piedi per difendere il proprio. Ma da quando è scoppiata la crisi, da quando progressivamente abbiamo visto chiudere cinema, biblioteche, esercizi commerciali, parchi, asili nido, luoghi di produzione, giostre per bambini, fagocitati dai mostri della rendita e della speculazione, persino l’associazionismo di base – quella politica dal basso che Pasolini disprezzava – ha iniziato ad assumere connotati differenti: i quartieri si sono trasformati in deserto, e la difesa del territori è diventata un tutt’uno con la rivendicazione dei diritti fondamentali dell’abitare.

Le piccole realtà territoriali, prima sparse, cercano ora la condivisione, si coagulano in reti e si scambiano contatti, pareri, competenze. Si accorgono che il proprio problema è connesso ai problemi degli altri, e si autorganizzano per immaginare insieme una soluzione a entrambi. È così che l’agglomerato indistinto di individui che erano stati fino a quel momento si evolve, in un meccanismo di mutuo riconoscimento e accettazione, per dare vita a qualcosa di più grande della somma delle parti: una comunità, rifondata sull’uso comune di spazi – fisici, mentali e spirituali – fertilizzati ogni giorno dalle relazioni che li innervano.

Le progettualità che fioriscono intorno ai beni comuni urbani, luoghi spesso spogli e dimenticati, sono una delle forme in cui oggi nasce un senso di appartenenza che va oltre il disagio dei singoli. Il community welfare, il welfare comunitario, diventa così la pretesa necessaria di ricostruire il benessere a partire dai territori, al di là delle differenze e della frammentazione che li caratterizza. Un processo che stimola le energie latenti della società e le riannoda fra loro, andando a soffiare l’ossigeno dell’aggregazione sulle braci dell’indignazione diffusa, generando dal basso un’idea che riassembli i cocci delle nostre vite e crei nuovi strumenti, per sé e per altri.

Abbasso gli occhi sui volantini: tra le attività della settimana spicca il laboratorio di progettazione partecipata sull’ex-deposito Atac di piazza Ragusa. Oltre a Scup, il porto sicuro dal quale salpiamo, c’è tutto un mondo di capannoni vuoti, parchi diroccati, edifici collassati da ristrutturare. C’è tutta una città da conquistare e ripopolare di energie, e sembra così piccola, vista da qui, così accessibile, ingabbiata nelle lettere del nostro volantino.

Chiara si alza e si infila goffamente la borsa a tracolla. “Dai, ricominciamo, un’altra mezz’ora e poi ci andiamo a rilassare a Scup”. Mi alzo anch’io e la raggiungo. Sui palazzi color mattone è calata la sera.

20 gennaio 2019: Melting Pop // Vie di libertà e di lotta

L’arco alpino ha da sempre costituito un punto di passaggio per giungere nel cuore del continente europeo. Ieri gli #antifascisti che tentavano di fuggire clandestinamente dalla repressione dell’Italia fascista, oggi i #migranti che si lasciano alle spalle la difficoltà di una vita vissuta in luoghi controversi.
Ma cos’è un #confine? Perché attraversare le Alpi è un fenomeno storico? Cosa accadeva e cosa accade oggi a chi tenta di varcarlo? Quali sono le motivazioni che spingono le persone a farlo? Perché vi è una criminalizzazione intorno all’idea di confine?

Ne discutiamo con:
- Saverio Werther Pechar, coordinatore della sezione di Roma dell’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna), il quale ha realizzato una serie di mappe digitali che illustrano graficamente le vie dell’emigrazione clandestina attraverso la frontiera italiana e in direzione della Jugoslavia, dell’Austria, della Svizzera e della Francia
-Silvio Marconi Anni Appio Latino
- Cecilia Mirafiori, ricercatrice torinese presso l’Università di Amsterdam, studiosa dei conflitti relativi alle migrazioni lungo l’arco alpino.

Programma

Ore 17.30 “ Roma Salvacibo presenta #ReFoodGees!” Degustazione di dolci, tè e tisane con Roma Salva Cibo, un progetto di solidarietà, inclusione e lotta allo spreco alimentare

Ore 18.00 "Vie di libertà e di lotta. Tra Resistenza e nuove migrazioni". Dibattito con Saverio Werther Pechar e Cecilia Mirafiori, con proiezione della mappe che illustrano le vie d'espatrio clandestino dall’Italia durante gli anni della dittatura fascista.

Ore 20.00 Cena meticcia con piatti siriani (Hummustown) ed asiatici.

A seguire: proiezione di materiali e servizi d'inchiesta sulle rotte migratorie delle Alpi

Sport Popolare a Roma

di Gaia Benzi, da CheFare

La tiepida luce del mattino inizia a scaldare l’asfalto mentre scarichiamo il grosso camion a noleggio. Il tatami, i birimbao, le casse per la musica, i tavolini pieghevoli, il gazebo, i libri con la loro libreria portatile, tutto viene ammonticchiato da una parte sotto lo sguardo severo e metodico di Ester.

In quattro stanno appendendo uno striscione tra i pali della luce, ed è tutto un coro di “si vede?”, “è storto”, “vai a controllare da laggiù”. Piano piano, mentre il sole raggiunge le panchine dove qualche anziano ci scruta incuriosito, arrivano a gruppetti gli istruttori delle varie discipline, già in divisa, e si dividono lo spazio, qui il tai chi, lì la boxe, là il parkour.

Giuliano mi sta accanto e osserva la scena aspettando gli allievi, la roda di capoeira non è prevista che in tarda mattinata. Sta fermo appoggiato a un bocchettone d’areazione della metro e si prende una pausa dal facchinaggio gratuito. Io, intanto, monto il banchetto disponendo su file ordinate i volantini dei corsi di lingue.

È il 5 ottobre e siamo in piazza re di Roma per una giornata di sport popolare. Dopo anni di manifestazioni sportive all’aperto ci siamo impratichiti, ormai siamo una squadra rodata, e anche se oggi è diverso, più grande e più lungo, sappiamo di avere le spalle abbastanza larghe per portarla a casa.

Quando siamo andati in Campidoglio, ad esempio, abbiamo dovuto trasportare l’attrezzatura in spalla sotto la pioggia battente, su per la ripida salita che conduce al Marco Aurelio, mentre i turisti ci guardavano perplessi dal belvedere. Ce la siamo vista brutta, ma siamo rimasti lo stesso fino alle otto di sera ottenendo l’incontro che chiedevamo.

Scup, sport, roma

D’altra parte, se sei una palestra popolare andare in Campidoglio è una cosa che capita abbastanza spesso. Questo perché lo sport, a Roma, s’intreccia con la politica in una maniera strana, finendo sui giornali per i motivi sbagliati. A volte si tratta di vicende di malaffare, come nel caso delle tangenti legate alle Olimpiadi di Nuoto del 2009, altre volte di speculazioni edilizie, degli impianti mai ultimati che costellano il panorama urbano, vere e proprie cattedrali nel deserto.

Di contro, è molto difficile che le attività sportive quotidiane della città, parte integrante del diritto alla salute dei suoi abitanti, assurgano agli onori delle cronache capitoline.

Ma Giuliano non si preoccupa dei titoli dei giornali, e non ha mai pensato di insegnare nei mastodontici monumenti eretti a gloria imperitura dell’agonismo internazionale. È un istruttore di capoeira, una persona pratica, e ora l’unica cosa che lo interessa è che la giornata riesca bene. Da anni insegna nelle palestre popolari romane, e si può dire tranquillamente, senza paura di esagerare, che ha contribuito con un pezzo importante alla loro storia.

Quando questa storia è iniziata, negli anni ‘90, la città aveva assistito a una proliferazione di palestre simili a quelle americane, e le strade si erano tappezzate di cartelloni pubblicitari che incitavano al wellness, promuovevano il fitness, mentre lo step, l’aerobica, lo spinning convertivano sale parquet con specchi e sbarre in distese di biciclette meccaniche.

“L’infighettimento delle palestre” – come lo definisce lui – aveva trasformato Roma in una città dove, se volevi fare attività fisica, dovevi piegarti ai dettami di Jane Fonda e salire e scendere forsennatamente da gradini di plastica dura, pagando profumatamente l’opportunità di sudare.

Gli unici luoghi che resistevano all’americanizzazione dello sport erano le piccole palestre monodisciplinari, o qualche sparuto centro comunale in cui anni di pratica avevano costruito e garantito oasi di eccellenza.

“È lì che è nato tutto. Se volevi fare qualcosa di diverso, l’unico modo che avevi per trovare spazio era andare a bussare alle sedi di partito, alle parrocchie, agli spazi occupati, chiedendo che ti mettessero a disposizione una saletta, magari piccola e spoglia, dove però potevi praticare anche discipline nuove, meno inflazionate, e non preoccuparti troppo di un ritorno economico”.

Giuliano me lo racconta adesso, forse un po’ per passare il tempo, un po’ perché gliel’ho chiesto. Risponde alle mie domande con l’espressione concentrata di chi cerca le parole esatte. “Siamo partiti da questi luoghi inizialmente non attrezzati.

Era l’unico modo. Prendi la capoeira, per esempio: negli anni ‘90 non la conosceva nessuno.Veniva dal Brasile, era una cosa nuova, e nessuna palestra commerciale si voleva prendere il rischio di dare spazio a una disciplina che non si capiva manco troppo bene che era, e che probabilmente non avrebbe garantito molti introiti.”

Nel racconto degli esordi ci tiene a sottolineare come le palestre popolari siano nate da un bisogno, prima di tutto, di chi lo sport lo praticava, di professionisti esclusi dal circuito commerciale o comunque relegati ai suoi margini, e di come questo bisogno abbia trovato casa negli spazi sociali. Soprattutto nelle periferie, dove decine di ragazzi “non facevano niente perché non c’era nulla da fare, semplicemente. E allora alcuni compagni si sono detti: troviamoglielo noi qualcosa da fare, no? Facciamogli fare sport, facciamo una palestra”.

Chi ha avuto l’intuizione iniziale ha presto capito che lo sport, la riappropiazione del corpo attraverso l’apprendimento di una disciplina sportiva, era un modo naturale di costruire una socialità differente e aggregare identità disperse. È così che dal Forte Prenestino e dal Corto Circuito, pionieri di questa pratica, sono nate esperienze simili moltiplicando le palestre popolari in tutta la città. Oggi queste esperienze formano una rete, ricca e consolidata, che offre corsi di numerose discipline, a volte poco conosciute e molto innovative, insegnate da istruttori qualificati; il tutto a prezzi accessibili o comunque contrattabili.

Una di queste palestre è Scup, che nasce proprio da un manipolo di istruttori sportivi misti a operatori culturali e professionisti vari. L’idea era quella di dare vita a uno spazio che fosse in grado di operare a tutto tondo per il benessere delle persone, e dunque sviluppare in sinergia i tre capisaldi della socialità autogestita romana: la cucina, la biblioteca e ovviamente la palestra.

Giuliano c’è stato sin dall’inizio, e sostiene che “sport e salute sono intimamente legati. Oggi pensiamo tutto a compartimenti stagni: un conto è il medico, gli ospedali, la sanità, un altro è l’attività fisica o la palestra, che non è prevista nei ticket perché è considerata un lusso non necessario. Ma lo sport può incidere sul benessere fisico e mentale delle persone in mille modi differenti”, soprattutto in un momento storico in cui i tagli progressivi allo stato sociale incido fortemente sul diritto alla salute.

Agli inizi degli anni 2000, la capoeira è diventata una disciplina di moda, ma Giuliano ha continuato a insegnare nelle palestre popolari. La sua scelta è intimamente legata all’attitudine di questi luoghi, perché “solo nelle palestre popolari lo sport è considerato parte integrante della cultura di un individuo e di una comunità, e non semplicemente una fonte di guadagno o di svago”. È un tassello fondamentale della vivibilità di una città, un’alternativa concreta alle carenze economiche, psicologiche e fisiche che viviamo sulla nostra pelle.

Non è un caso che Scup si definisca uno spazio polifunzionale: la polifunzionalità sta nel circolo virtuoso fra le discipline sportive, le attività culturali e l’osteria popolare ispirata a una cultura alimentare genuina, che con la sua accessibilità e la sua convivialità informale permette di rompere gli steccati del lavoro, dell’età, della provenienza. Un posto dove sia possibile ritrovarsi a cena e lasciarsi contagiare dalle attività del vicino, in un costante scambio di suggestioni e competenze.

“Per certi versi i meccanismi dell’autogestione sono simili alla roda di capoeira: ci sono io, l’istruttore, il più esperto nella disciplina, ma poi c’è la musica, dove sono altri a spiccare, o il cibo, quando capita di fare una cena brasiliana, oppure un evento di promozione, dove chi ha esperienza organizzativa o di elaborazione grafica o altre attitudini diventa centrale al successo della serata. Alla fine, la roda di capoeira è una comunità di pari dove ciascuno impara dagli altri qualcosa ogni giorno, in un confronto continuo.”

Il gruppo diventa così un prolungamento della propria individualità in una dimensione diversa. L’ingresso nella comunità di capoeiristi si chiama batezado proprio perché si nasce a una nuova vita, una vita insieme, e come in un battesimo vero e proprio si riceve un nome: Giuliano ad esempio è Elétrico, e lo è davvero, snello e guizzante come una scarica di energia; ma poi ci sono Panda, Cobra, Macaco, Aguaviva, Profesor, Biriba, Diamante e così via, ciascuno e ciascuna con il proprio portato di esperienze riconosciuto e aggregato in un grande evento annuale, dove un Mestre viaggia dal Brasile fino in Italia per accogliere i nuovi arrivati.

Perché tutto questo funzioni è necessario però sviluppare un’economia dell’ascolto in grado di ricevere gli stimoli che provengono dall’esterno ed elaborarli a livello personale e collettivo, uscendo fuori dal meccanismo della delega.

Come nella roda, così a Scup. Essere nati da una palestra popolare ci ha insegnato forse soprattutto questo, ad amalgamarci come comunità, perché gli sport che pratichiamo spesso travalicano i confini puramente fisici della loro disciplina ed esondano nella vita quotidiana, educandoci con le loro pratiche alla relazione con gli altri.

Mentre allineo i libri nelle mensole di legno di una libreria sbilenca che ci siamo portati appresso a mò di biblioteca ambulante, la piazza si è animata. I passanti si fermano a osservare le forme di tai chi e i salti di parkour, e qualcuno si avvicina al banchetto per chiedere informazioni. Sto giusto spiegando che Scup è l’acronimo di Sport e Cultura Popolare quando noto che Giuliano sta per essere nuovamente risucchiato nella frenesia dei preparativi. Mi fa un cenno con la mano, come a dire: “a dopo”. Io lo guardo e gli sorrido, sperando che mi veda mentre si allontana.

Scup come risposta alla monnezza

di Gaia Benzi, da CheFare

È giugno, fa caldo, sono le prime ore del pomeriggio. Robertino arriva trafelato, i capelli arruffati e il viso rosso per la fatica. È in anticipo ma si sente in ritardo, e invece di salutare dice “scusa” alle persone che incontra. Sorride e non si ferma, ha fretta, guizza via, e in un attimo sparisce dentro il capannone.

Fuori, sul marciapiede, siamo in tre quattro, intenti a osservare un mucchio di roba ammassato accanto alla serranda principale, gli ultimi doni che generosi romani ci hanno lasciato nella notte. Contiamo, in ordine: un materasso sfondato; la tavoletta di un water, rotta; la testiera di un letto per bambini; scaffali in alluminio; lo scheletro di una lavastoviglie o di una lavatrice, non si capisce bene; dei panni infangati, forse lenzuola.

Carlo afferra la testiera, è di legno massiccio e scuro, pesante e solida. Negli ultimi giorni abbiamo perso lo striscione perché il vento ce l’ha tirato giù, si è sbrindellato e ora è inservibile. Carlo guarda quel pezzo di legno e dice che ci serve una nuova insegna, qualcosa da mettere fuori quando siamo aperti. Sofia annuisce, “vado a prendere l’alcol per pulirlo”, e quando torna qualcuno ha già tirato fuori il temperino e iniziato a incidere la traccia della parola: SCUP.

scup

Scup è l’acronimo di Sport e Cultura Popolare. È un centro polifunzionale autogestito, che offre servizi professionali a prezzi popolari. È una palestra e un laboratorio artigianale, un mercato mensile eco-solidale, una biblioteca e un presidio culturale di Roma. È composto da precari dello sport e della cultura, professionisti di vari settori che dal 2012 hanno messo insieme le loro competenze ed esercitano lì il proprio lavoro.

Un tempo si trovava in via Nola, finché il 7 Maggio 2015 è stato sgomberato dalle ruspe, diventando un cumulo di calcinacci. Allora un grande corteo ha attraversato il quartiere e ha camminato a lungo, e a un certo punto si è fermato in una via, decidendo che quella sarebbe stata la sua nuova casa.

Quella via si chiama via della Stazione Tuscolana, ed è una strada di passaggio in cui non c’è niente, una bretella di collegamento fra le due consolari Tuscolana e Casilina. Nessuno la imbocca a piedi volontariamente, e se lo fa di solito è perché si è perso, o sta seguendo le indicazioni di Google Map sul cellulare, salvo pentirsene subito dopo: si sa che i navigatori conoscono le strade, ma non hanno idea di cosa significhi percorrerle.

E percorrere via della Stazione Tuscolana è un’esperienza brutta, di quelle che ti fa cambiare marciapiede e imboccare la prima a sinistra per evitare le pile di vestiti, mobili e rifiuti vari ammonticchiati ai margini, l’asfalto spaccato dalle radici degli alberi e le cacche di cane a mo’ di pietre miliari. Da un lato un lungo muro separa la strada dai binari delle ferrovie, il fischio dei treni in transito fa sobbalzare chi non se lo aspetta. Si attraversa e si va dall’altra parte, su via della Stazione Tuscolana, perché non si sopporta la puzza di piscio e a volte si ha la netta sensazione, soprattutto di notte, che potrebbe succederti un po’ di tutto, e nessuno se ne accorgerebbe.

Ma se, con grande determinazione, la si percorre fino a metà, dal 7 Maggio 2015 qualcosa infine la si incontra, e questo qualcosa è Scup.

Visto da fuori, Scup è indistinguibile dalle macerie che lo circondano. Anche quando una delle serrande è alzata in segno di apertura, l’impressione che se ne ha è che l’insegna sia lì per sbaglio, una cosa vecchia buttata in mezzo ad altre cose vecchie. Poi si entra, e lo scenario cambia, poliedrico, muta costantemente col variare delle stagioni e delle ore del giorno.

A volte è pieno di gente e fa caldo anche se è inverno, perché i corpi ammassati nei lunghi tavoli da osteria combattono il freddo col loro tepore naturale. Le persone siedono vicine e parlano fitte, coprendo di chiacchiericcio la musica in sottofondo.

Le mattinate e le domeniche, invece, è pieno di bambini, e di adulti poco cresciuti, riuniti intorno a uno spettacolo di maschere o a un laboratorio di fai da te. I capannoni rimbombano delle urla acute dei piccoli e delle risate dei genitori in libera uscita, specialmente quando c’è mercato e gruppi di vecchi amici si ritrovano dopo tanto tempo.

Durante i lunghi pomeriggi infrasettimanali capita spesso di incontrare persone più anziane, che abitano in zona e sono venute a prendere un tè. Se poi fanno parte di comitati e associazioni, attorno gli stessi tavoli da osteria dove gli amici chiacchieravano la sera prima si svolgono lunghe riunioni sui problemi del quartiere, mentre gli atleti escono dalla palestra e fanno capannello poco distante. C’è sempre qualcuno che arriva senza sapere bene cosa aspettarsi, e il primo gesto che fa è guardare in alto, verso le travi di metallo del tetto da cui pende un’enorme tela cerata di colore blu, a metà fra una grondaia e un’installazione artistica.

Ma la verità è che non si ha nessun motivo per entrare in quei capannoni, a meno di non conoscerli già, perché Scup è circondato dalla mondezza. La mondezza c’era anche dentro, all’inizio, ed è stato difficile e faticoso raccoglierla nei sacchi neri condominiali e chiamare l’Ama perché se la venisse a prendere. È stato possibile solo grazie a decine di persone coperte di tute bianche e mascherine in faccia, che in quei primi giorni di Maggio hanno tirato fuori le scarpe vecchie dall’armadio e sono venute a darci una mano.

Quindi potrei stare qui a spiegare che Scup è nato come risposta alla crisi attraverso un piano di mutualismo, servizi, reddito e condivisione, perché l’economia il territorio il welfare etc., e forse andrebbe bene anche così; ma a essere onesti Scup, come ogni spazio sociale recuperato, nasce dalla mondezza. È una risposta alla mondezza, un elemento trasformativo che si occupa della mondezza della città, occupandola.

Tuttavia, non bisogna pensare che la mondezza sia solo materiale, come fossimo un gruppo di netturbini volontari pronti a raschiare via ogni adesivo dai pali della luce con solerte e indomabile dedizione. Quando parlo di mondezza mi riferisco a tante cose, come all’isolamento, per dirne una, che è una specie di mondezza dell’anima. L’isolamento della via, il fatto che fosse abbandonata, che ci venissero soltanto le coppiette a sbaciucchiarsi e la scuola guida a fare gli esami. E soprattutto l’isolamento di chi ci finisce, in quella via, ed entra a Scup, perché un amico un fratello un conoscente gliene ha parlato, o ha visto la locandina da qualche parte, e appena entra ha subito l’impulso a raccontarti la sua storia.

È la cosa che capita più spesso, a Scup, che qualcuno si avvicini e si metta a parlare di sé, come una diga che si rompe per la troppa pressione. Si tratta di persone di tutti i tipi, che negli anni hanno visto calare il loro potere d’acquisto e quindi hanno bisogno di risparmiare sulla palestra, o sul corso di francese, o che magari un potere d’acquisto non ce l’hanno mai avuto, e dunque non sanno che farsene, per dirla in breve, della cosiddetta società dei consumi.

Ti siedi con loro e li ascolti parlare. Siamo tutti a vario titolo precari o disoccupati, e sembra che nel tempo abbiamo maturato, ciascuno con la sua dose di buone ragioni, la convinzione che i nostri fallimenti siano frutto di incapacità personali. Eppure, nel dirselo insieme, in quel momento, a Scup, acquistiamo coscienza del fatto che di quei fallimenti non possiamo rivendicare un’esclusiva proprietà. E forse non è nemmeno corretto definirli fallimenti tout court, forse si tratta semplicemente di mondezza mentale, da mettere in circolo e trasformare.

Così come quei capannoni non sono affatto luoghi del degrado urbano ma, al netto del sudore della fronte e di una buona dose di immaginazione, sono una sala per le prove teatrali e un’hosteria in costruzione, un corso di break-dance e il vino dei Castelli versato nel tuo bicchiere direttamente dal produttore, che ne parla commosso mentre tu ti ubriachi.

Nei comunicati scriviamo che è stata la crisi a far scattare la molla di Scup, ed è corretto e allo stesso tempo riduttivo. La crisi ci ha semplicemente portato a condividere il disagio che fino a quel momento eravamo costretti a provare ciascuno singolarmente, e a convertire quel disagio in un progetto di riscatto.

Per questo non avevamo paura della mondezza che abbiamo trovato quando siamo entrati, né abbiamo paura di quella che ci circonda oggi, sparpagliata fuori dai capannoni in ristrutturazione. Abbiamo capito che la mondezza è il minimo comune denominatore di una città abbandonata a se stessa, e come tale va accolta e compresa.

Smaltire la mondezza significa in fondo solo raccoglierla e spostarla da un’altra parte. Riciclarla, invece, somiglia di più a un processo poetico, nel quale uno sguardo inattuale è in grado di vedere la bellezza là dove gli altri vedono soltanto degrado e deformità.

“Poeticamente abita l’uomo su questa terra”, cantava Hölderlin, e poeticamente ci abita ancora, quando se ne ricorda, andando a caccia di parole nuove, di un nuovo immaginario che trasformi la mondezza in qualcos’altro: una fabbrica urbana che converta materia in energia. Che la materia sia poi un libro o corso sportivo, un concerto o una proiezione cinematografica, una riunione o la testiera di un letto, poco importa. Sarà indifferente, nei momenti di lotta come in quelli di svago. Saranno energia anche le chiacchiere fatte ai margini di eventi gremiti di solitudini che, pure se non combaciano mai perfettamente, almeno si incontrano e si riconoscono.

Oltre una normalizzata efficienza

"L'università di Warwick, nel nord dell’Inghilterra, è immersa nella verdissima campagna inglese. D’inverno le temperature rigide e l’umidità oltre il cento per cento ne costringono la vita sociale dentro palazzoni di cemento armato, con grandi vetrate che catturano le poche ore di sole a disposizione. L’aspetto è sgradevole, ma funzionale. L’intero campus si snoda per chilometri in una planimetria ondulatoria e geometrica insieme, costellata di stradine alberate e panchine e ampi prati a separare gli edifici che ospitano le facoltà, ed è, nel complesso, il tentativo mal riuscito di riprodurre una città in miniatura.

Scup è un progetto di alternativa che si è fatto comunità. cheFare ospita una serie di articoli che ne raccontano la storia attraverso la voce dei suoi attivisti.

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