Il destino di ATAC e l’assenza del Comune

di Gaia Benzi [questo articolo è tratto da Dinamopress.it al seguente link]

Mentre la città di Roma si prepara il prossimo 3 giugno al referendum sulla privatizzazione di Atac, i magistrati del Tribunale Civile bocciano il concordato preventivo presentato dall’azienda a gennaio facendo emergere in primo piano le responsabilità dell’amministrazione comunale.

Un avvertimento informale: questa sembra essere la sostanza del decreto di convocazione inviato dai magistrati del Tribunale Civile al Comune di Roma, che di fatto “boccia” il concordato preventivo presentato da Atac lo scorso 27 Gennaio.

Nella nota di convocazione dell’udienza, prevista per il 30 Maggio, i giudici Antonino La Malfa, Lucia Odello e Luigi Argan hanno infatti espresso numerose riserve sulle misure di risanamento proposte da Atac nel concordato, reputato “inidoneo” e approssimativo. I punti critici, riassunti dal Corriere della Sera in un articolo a firma di Ilaria Sacchettoni, riguardano soprattutto la vaghezza degli interventi individuati dall’azienda capitolina come centrali per il rilancio dell’azienda.

In particolare, la nota dei giudici si concentra sull’assenza di un piano concreto di finanziamento per i due provvedimenti che la partecipata dichiara di voler mettere in campo al fine di incrementare gli introiti: l’aumento dell’offerta chilometrica – al quale sarebbe da aggiungere l’aumento della velocità dei mezzi, con la creazione di nuove corsie preferenziali – e un nuovo modello di manutenzione, che però non viene specificato in cosa consista.

Su quest’ultimo punto, però, si sa già che il vecchio modello non è più in vigore: è infatti notizia del 9 marzo che i 140 lavoratori della Corpa, società privata a cui Atac ha affidato il servizio in questi anni, sono stati licenziati a seguito di un mancato accordo fra la Corpa stessa e Atac per il rinnovo dell’appalto. Lo scorso 16 marzo si è tenuto un incontro in Campidoglio fra i rappresentanti dei lavoratori e l’Assessora alla Mobilità Linda Meleo, che però non ha portato a soluzioni definitive. L’unica proposta attualmente avanzata, e cioè quella di avviare corsi di formazione per aggiornare il personale interno all’azienda, è stata fortemente criticata dai sindacati, che invece denunciano una carenza cronica di personale.

Immersi in questo limbo, l’unico dato certo è la brutale interruzione del servizio che, oltre al danno subito dai lavoratori – già provati da mesi di pagamenti a singhiozzo, ha portato a un peggioramento notevole della mobilità cittadina, fatta di mezzi vecchi e fatiscenti che si rompono spesso e volentieri, e che dal 9 marzo non hanno più nessuno che li ripari.

L’assenza di prospettive concrete per il futuro va dunque a gravare su una gestione dell’esistente  disastrosa, che a un pessimo rapporto con i lavoratori, costretti a continui scioperi anche solo per vedersi pagato lo stipendio, aggiunge il taglio delle corse e delle linee per mancanza di mezzi e personale, con un conseguente rallentamento del servizio.

A questi elementi va aggiunto un altro, incomprensibile tassello, riportato in data 25 marzo dalle pagine romane del quotidiano La Repubblica: il silenzio comunale sul Programma Operativo per la mobilità finanziato dalla Regione Lazio con i Fondi Strutturali Europei 2014-2020.

Il cosiddetto POR FERS della Regione prevede infatti finanziamenti per oltre 15 milioni, in favore della mobilità sostenibile nell’area urbana e metropolitana di Roma. In preventivo, anche  l’acquisto di 65 autobus Euro6 per il rinnovamento della flotta e interventi sul sistema informatico (ITS) per la semaforistica intelligente. I Fondi Strutturali Europei non solo potrebbero essere una boccata d’ossigeno per l’azienda in forte crisi, ma potrebbero addirittura permettere il finanziamento di progetti e proposte portate avanti in questi anni dalla cittadinanza attiva.

Purtroppo, nel 2014, la Regione fu sorda alle richieste provenienti dal basso e le associazioni e i comitati di cittadini furono esclusi dal percorso, malgrado la loro inclusione fosse prevista e anzi caldeggiata dal Regolamento Europeo sulla Partecipazione.

In ogni caso, quei fondi sono stati stanziati e sono oggi finalmente disponibili. Eppure l’Agenzia della mobilità del Comune di Roma non ha ancora dato il via libera al loro trasferimento dalla Pisana, dando quasi l’impressione di voler rinunciare a questi ghiotti finanziamenti a perdere che l’Europa ci mette a disposizione.

Con un silenzio che in questo caso non è affatto assenso, il Comune di Roma sembra non essere interessato ai soldi da investire sulla mobilità romana. Lo stesso atteggiamento incomprensibile è stato infatti tenuto dall’Assessora Linda Meleo lo scorso 22 marzo, che ha disertato la riunione col Ministero dei Trasporti nella quale si sarebbero dovuti sbloccare i finanziamenti per il completamento della Metro C – in particolare per l’apertura delle stazioni San Giovanni e il completamento di Ambaradam e Colosseo. La notizia è stata poi commentata dalla stessa Meleo, che ha dichiarato di non essere mai stata invitata alla suddetta riunione. Ma, anche in questo caso, l’impressione più forte che se ne ricava è quella di una generale disorganizzazione e una scarsa propensione al confronto da parte del Comune.

Il quadro che emerge è quello di un’amministrazione assente, impreparata, confusa, e soprattutto sorda alle richieste di utenti, lavoratori, e delle stesse istituzioni. Il tutto mentre la città, ormai esasperata e abbondantemente disillusa, si appresa a votare il prossimo 3 giugno un referendum su un’eventuale privatizzazione di Atac, che, al di là del merito, rischia di configurarsi come un redde rationem sull’operato capitolino.

Escursione resistente sul Monte Tancia

Ricorre quest’anno il 74mo anniversario della battaglia del Monte Tancia, una tappa ormai fondamentale nell’ambito delle tante iniziative incentrate sulla memoria storica e sull’antifascismo che caratterizzano il periodo primaverile nella città di Roma.

Il 7 Aprile del 1944 il Monte Tancia, nei dintorni di Poggio Mirteto, fu teatro di una durissima battaglia tra le forze della resistenza e quelle nazi-fasciste. Sul luogo, nel corso dei mesi immediatamente precedenti, alle forze partigiane sabine se ne erano aggiunte altre provenienti da Roma, al punto da renderlo in breve tempo uno dei capisaldi della resistenza romana e laziale. Proprio per questo fu oggetto di un attacco in grande stile da parte di reparti nazisti e fascisti: all’alba del 7 Aprile un’intera divisione di soldati dell’Asse cominciarono a stringere un cerchio di morte intorno al nucleo partigiano. La battaglia fu durissima. Spezzato l’accerchiamento, le forze partigiane riuscirono a fuggire, ma alcuni, rimasti indietro a difendere fino all’ultimo la postazione, furono trucidati sul posto. In seguito al fallimento dell’operazione, le forze nazi-fasciste si vendicarono delle perdite massacrando partigiani e civili rastrellati nei paesi limitrofi della Sabina.

Sabato 7 Aprile andremo sul Monte Tancia, ripercorreremo i luoghi di quella battaglia, ricorderemo le vittime del nazifascismo, celebreremo gli eroi della resistenza, quelli di ieri come quelli di oggi. Sì perché la resistenza non è solo un momento fondamentale della nostra storia passata, ma lo è anche di quella
presente e futura. Resistenza è qualcosa che viviamo tutti i giorni, nelle nostre lotte quotidiane, nei nostri territori, nei nostri spazi, nelle nostre iniziative e attività.

Invitiamo chiunque ne abbia voglia, realtà sociali e politiche, personalità e singoli, a sostenere l’iniziativa e a unirsi a noi. L’appuntamento è alle ore 10 di Sabato 7 Aprile presso la piazza di Poggio Mirteto.

Subito dopo l’escursione sarà inoltre possibile mangiare tutte e tutti insieme presso il Rifugio Alveare dell’APE (Associazione Proletari Escursionisti) sez. Roma, sito nelle immediate vicinanze del Monte Tancia. Saranno a disposizione braceri e tavoli, da portare carne o pranzo al sacco. 

CSOA La Torre, CSOA Spartaco, SCUP! – Sport e cultura popolare

Costruire antifascismo oltre l’emergenza

di Gaia Benzi

[Questo articolo è tratto da nazioneindiana.com: per la lettura di questo e di altri contenuti rimandiamo al seguente link]

Siamo messi più o meno così: negli scorsi anni di fascismo si parlava come di una cosa morta e sepolta, l’antifascismo sembrava essere superfluo e fuori moda, e dominava la retorica degli “opposti estremismi”; oggi le imprese fascioxenofobe dei militanti di estrema destra hanno conquistato le prime pagine dei giornali, con un effetto cassa di risonanza che non si capisce quanto sia voluto, e quindi criminale, e quanto sia solo incosciente idiozia. Il dibattito pubblico è schiacciato sugli ultimi eventi, che si pretende abbiano impresso il segno del paradigma. Tutto sembra essere, come al solito, un’emergenza: l’emergenza democratica, l’emergenza fascista, la conseguente emergenza antifascista. E noi scivoliamo, ancora una volta, lungo la china politica e comunicativa che ci impone il carosello elettorale, e che ormai dovremmo conoscere bene.

Ma il neofascismo non è mai stato un’emergenza: è un fenomeno presente da anni e da anni denunciato, con costanza, da pochi. Trattarlo come tale rischia solo di dare vita ad analisi sbagliate che, se da un lato ingigantiscono il problema, dall’altro non arrivano a comprendere come dove esattamente il neofascismo stia davvero mettendo radici. Siamo stati chiamati a prendere parte, e ci siamo riscoperti partigiani; ma per costruire argini alla barbarie, forse, la prima cosa da fare è proprio rifiutare la logica emergenziale di questa chiamata, non accontentarci più di rispondere agli stimoli esterni e iniziare ad elaborare, invece, strategie di lungo corso.

Parto da me e dalla mia esperienza, mettendo sul piatto qualche spunto di riflessione. Sono nata e cresciuta e attualmente vivo in uno dei quartieri apparentemente più neri di Roma, l’Appio Latino, scenario che ha fatto da sfondo alla famosa, lugubre e annuale sfilata commemorativa di Acca Larentia il 7 gennaio, con tanto di saluto romano a congedo. Quando esco dal portone sono circondata da svastiche e celtiche e scritte in fasciofont, prodotto delle sezioni dei vari partitucoli neofascisti della zona. E ogni giorno provo, in questo scenario di svastiche e celtiche, a fare politica insieme ad altre e altri, parlando di accoglienza, mutualismo e solidarietà. Forse come curriculum non è granché, ma un paio di cose mi sento di dirle.

Innanzitutto, ci tengo a dire che, persino nelle loro roccaforti, i fascisti veri e propri, cioè i militanti delle sezioni dei partitini fascisti, sono ancora pochi. Sempre troppi, certo, ma ancora pochi. I loro asset principali sono i soldi e il tempo da perdere, oltre a una notevole dose di fanatismo. Se oggi vediamo aumentare i loro simpatizzanti è perché da almeno dieci anni stanno investendo con ampiezza di mezzi principalmente in due settori: la legittimazione culturale, e il reclutamento dei giovani. Un lavorio costante, sottotraccia, che ha saputo fiutare il vento nero dell’Europa di questi anni e spera ora di cavalcarlo, cosciente che la destra, anche estrema, è elemento appetibile soprattutto per le nuove generazioni: l’unica facile alternativa di ribellione in un panorama dove ogni alternativa sembra aver cessato di esistere. Un decennio – o forse di più: un ventennio, un trentennio – in cui nel frattempo la sinistra istituzionale scompariva e quella di movimento veniva massacrata in tutti i modi possibili e immaginabili, e ridotta a un lumicino.

E così, mentre l’antifascismo era sempre meno attrattivo, sempre più appannaggio di gruppi ristretti “ancorati al passato”, e veniva delegittimato nel discorso pubblico, il fascismo diventava cool, e al giorno d’oggi può capitare di sentirsi dire da uomini e donne di sedicente sinistra (intellettuali, giornalisti, persino scrittori) che “questa cosa se la fanno i centri sociali non mi interessa, se la fa CasaPound sì”. Ormai il fascismo è “di moda”, come scrive giustamente Raimo su Internazionale.

Ma anche se apparentemente ripuliti, anche se ancora attualmente pochi, i fascisti restano comunque pericolosi. Non sto qui a fare l’elenco delle aggressioni degli ultimi anni, che fortunatamente sta circolando da giorni nella mediosfera italiana – e che ogni tanto sarebbe carino fosse ripreso pure dai giornalisti che ospitano questi “democratici figuri” nei loro studi. Mi limito, ancora una volta, a ciò che conosco, all’Appio Latino, dal quale partivano le macchine cariche di minorenni dirette verso i quartieri multietnici di Roma per i cosiddetti banglatour, veri e propri riti di iniziazione fascistabanglatour sarebbero i pestaggi collettivi, avvenuti a partire dal 2013, di immigrati provenienti dal Bangladesh, individuati sulla base di criteri etnici, scelti in quanto poco robusti e poco inclini alla reazione fisica e alla denuncia. A dimostrazione del fatto che le aggressioni su base etnica non sono cosa recente, e anzi vanno avanti indisturbate da tempo: la punta di un iceberg fatto di intimidazioni quotidiane, in particolare tra le studentesse e gli studenti delle medie superiori, tra le straniere, i neri, le trans, i “diversi” di ogni sorta.

A un quadro siffatto va aggiunto il clima del paese, dove il lessico e la postura fasciste sono ormai sfacciatamente sdoganate, e la xenofobia è diventata senso comune. Un clima alimentato ad arte dai nostri governanti, che nel fomentare le destre e i loro argomenti trovano un facile espediente per deviare la rabbia sociale. Ed è in virtù di questo clima se ora i fascisti, noti vigliacchi, si sentono legittimati ad alzare la testa.

Un doppio binario che, pur con i suoi intrecci e la sua complessità, va tenuto ben presente da chi pratica l’antifascismo. Sorgono manifestazioni di protesta dopo anni di silenzio – e che si diffondano e si moltiplichino ogni giorno di più. Con la consapevolezza, però, che l’antifascismo tradizionalmente inteso come contrapposizione diretta e scontro frontale potrebbe non essere più sufficiente.

Me ne accorgo quando incontro le persone per strada, durante i banchetti o la distribuzione di volantini, e cerco di instaurare con loro un dialogo fatto in verità soprattutto d’ascolto. Ogni volta c’è chi si ferma a chiacchierare, a inveire, chi si lamenta, chi ti manda affanculo, ma comunque si finisce a parlare, e ogni volta mi rendo conto con rammarico che le parole d’ordine dell’antifascismo fanno riferimento a una tradizione politica che, per varie ragioni, non esiste più. Per questo anche le iniziative antifasciste all’apparenza più lodevoli e, diciamo così, “d’impatto”, se prive di un radicamento territoriale rischiano di essere percepite come “guerra tra bande”. E la contrapposizione sul piano chiamiamolo militare – di forza bruta, fatta di azioni che si concentrano principalmente sui partitini dichiaratamente fascisti, che vanno braccati e ostacolati e sfidati pubblicamente – risulta spesso incomprensibile nelle pratiche a una maggioranza silenziosa non fascista che pure potrebbe e dovrebbe essere inclusa nel discorso. Un antifascismo dal retrogusto machista, che rischia di essere indistinguibile a un occhio esterno.

In generale, il limite più grande sul quale sento di fare serena autocritica riguarda la natura stessa della risposta antifascista, che sempre più spesso si configura come rincorsa sui loro temi, presa di parola ex-post,viene cioè dopo qualcosa che i fascisti fanno, nel tentativo di recuperare il terreno perso mentre continuavamo a dividerci in micropartiti e aree politiche, indebolendo così le nostre stesse file. Tenendo a mente il doppio binario di cui sopra, e il fatto incontrovertibile che le manifestazioni prima o poi finiscono, e bisogna tornare a casa, mi sembra che oggi ci sia bisogno soprattutto di potenziare quei ragionamenti e quelle pratiche che si concentrano nell’attaccare il retroterra che gonfia le vele delle destre: ragionare, cioè, su come levare ai fascisti il terreno sotto i piedi.

Una volta ho sentito dire da un compagno molto più in gamba ed esperto di me che “se vuoi fare antifascismo nel quartiere, apri una palestra popolare”. Molte realtà nate dal basso riescono ad operare in contesti difficili (leggi: periferie abbandonate a se stesse, territori dell’estrema destra, territori di mafia) perché interpretano l’antifascismo su un piano sociale e culturale – che poi è lo stesso piano su cui stanno investendo loro. Le iniziative di piazza – e i pranzi meticci, gli incontri pubblici, le passeggiate della memoria, i forum partecipati, le assemblee aperte, e chi più ne ha più ne metta – hanno quasi sempre al centro i bisogni di chi abita il territorio in cui si svolgono, e aspirano a coinvolgere le persone normali, non politicizzate. L’obiettivo è quello, a partire dai problemi e dalle necessità comuni, di ribaltare il discorso delle destre, e individuare cause diverse da quelle propagandate solitamente (gli immigrati, ad esempio, come fonte di ogni male). In queste occasioni magari non ci si pone esplicitamente contro i fascisti, ma ci si batte per qualcos’altro, e si mettono in circolo anticorpi al fascismo dando spazio ad altri modi di vedere il mondo.

Soprattutto – e forse è questo l’aspetto più importante – sono momenti in cui si riprende parola apertamente e pubblicamente, e si fanno emergere le alternative al discorso culturale fascista o ur-fascista che già ci sono, esistono e operano quotidianamente. Alternative molto più presenti e diffuse delle strutture fasciste, e che a differenza di queste non trovano mai spazio sui mezzi d’informazione mainstream.

Sono un’intercapedine nel discorso pubblico razzista e frammentato, spesso allergico a qualunque proposta portata avanti su base identitaria di contrapposizione frontale al fascismo e alle destre. Sono tentativi di parlare alle persone e di far parlare le persone tra loro, costringendole a incontrarsi per strada, coinvolgendo anche chi crede che i migranti ci levino il lavoro e i soldi, chi pensa che siano un problema concreto, chi straparla di degrado e sicurezza ed è completamente imbevuto della retorica dominante – in una parola: chi non la pensa come noi. È una zona grigia dove ci si sporcano le mani spesso e volentieri, e pezzo dopo pezzo si prova a erodere, come la goccia che scava la roccia, il consenso culturale delle destre.

Credo che, di fronte ai recenti fatti, sia ancora più impellente la necessità di allargare il fronte dell’antifascismo ed elaborare nuove strategie per arginare la barbarie. È un lavoro ancora tutto da fare, e da estendere a quelle categorie – le studentesse e gli studenti, gli uomini e le donne immigrate – che oggi sono vittime privilegiate delle azioni fasciste, per strappare pezzo a pezzo, territorio dopo territorio, con un processo costante e capillare di ricostruzione del tessuto sociale, il terreno culturale imbevuto di solitudine, disagio e intolleranza in cui le destre e i fascisti scorrazzano indisturbati. Costruire, più che distruggere, sembra essere oggi la sfida dell’antifascismo.

 

PS: Nell’Appio Latino, quartier generale di Forza Nuova, ultimamente colonizzato anche da Blocco Studentesco – propaggine giovanile di Casa Pound, negli ultimi trent’anni la destra ha sempre perso le elezioni. Giusto per dire che le apparenze a volte ingannano, e i margini per costruire una resistenza alla barbarie ancora ci sono. Solo, non vanno sprecati.

 

*

 

Gaia Benzi è dottoressa di ricerca in Italianistica e attivista di Scup – Sport e Cultura Popolare. Ha scritto per Micromega, CheFare e Dinamopress.

[Foto: stella in onore del partigiano Paolo Morettini, situata sul Monte Tancia in Sabina, luogo di una delle sue tante battaglie.]

Per una piattaforma da mangiare – mettere in rete il territorio

(di ReTer, articolo apparso su altgiornalepartecipato.it)

A partire da un approfondimento sui temi dell’ecologia e della politica, sulle forme di organizzazione tra sostenibilità e conflittualità, è emersa una mappatura – da continuare ad implementare – delle realtà alternative alla grande distribuzione presenti nel VII municipio: dai mercati (rionali e periodici) ai luoghi di socialità e di distribuzione di prodotti a Km 0, dagli orti urbani ai GAS, passando per i “mercati alternativi” e le cucine popolari, fino ai produttori di tali realtà.  

 

La consapevolezza è la presa di coscienza, interiorizzazione profonda della conoscenza che si fonde e armonizza con la persona dando forma e rendendo autentica l’etica, andando oltre la superficiale informazione, il semplice sapere e la conoscenza intellettuale. Antitesi di azioni quotidiane abitudinarie, svolte meccanicamente e senza riflettere su ciò che stiamo facendo mentre ci spostiamo, acquistiamo e consumiamo, quando usiamo la tecnologia così come quando mangiamo.

È la consapevolezza in merito al cibo uno degli assunti della rete di cucine popolari autogestite che coinvolge cucine popolari e di strada, mense, osterie e taverne autogestite, mercati e produttori, orti urbani, Gruppi di Acquisto Solidale e laboratori di autoproduzione.

Una rete che ha cominciato a raccogliersi intorno a un festival annuale la cui prima edizione si è svolta all’Xm24 di Bologna nel 2016, seguita nel 2017 dal CSOA  Forte Prenestino a Roma. Un momento di incontro e confronto di esperienze mosse dalla convinzione che l’alimentazione sia un campo non neutro, che vive le contraddizioni e i ricatti del mercato, e che quindi debba essere un terreno di lotta e possa innescare processi politici. Un incontro di tutta la filiera del cibo consapevole che resiste alle trasformazioni in corso nelle nostre città sempre più colonizzate da centri di attrazione per turismo a-critico e consumatore, città in cui si moltiplicano i punti di ristoro, di distribuzione di cibo caratterizzato da un abbassamento di qualità inversamente proporzionale all’innalzamento dello sfruttamento della terra, del lavoro e degli animali. Trasformazioni che contemplano anche la variegazione mercatista di un consumo fintamente consapevole, una qualità preconfezionata senza conoscenza a valle e senza collaborazione a monte, che rappresenta un’insidia perché confina la qualità e la sostenibilità in un segmento di mercato globalizzato senza generare un nuovo sistema che metta al centro territori e cittadini.

Il festival annuale è momento fondamentale di dibattito e approfondimento sulla filiera alimentare e l’approvvigionamento delle materie prime, su ecologia e politica, sulle forme di organizzazione tra sostenibilità e conflittualità, di analisi sul profitto e sul controllo del cibo nelle istituzioni totali e sullo sfruttamento di specie e di corpi. Ma è anche un momento di scambio di esperienze e di assaggi, di convivialità fatta di pranzi e cene con mercati e cucine in piazza.

Un’alimentazione di consapevolezza che necessita anche di nutrimento di conoscenza delle esperienze sul territorio, affinché gli sforzi isolati guardino oltre l’attuale orizzonte per convertirsi in un percorso comune, l’embrione di un nuovo sistema di produzione e consumo. Da qui nasce l’esigenza di mappare le realtà con strumenti accessibili in rete. Sulla spinta di SCuP ReTer  è cominciato così il lavoro per la realizzazione di una mappa con questo spirito, ovvero con consapevolezza etica degli strumenti e piattaforme digitali da adoperare per la costruzione di una mappa critica e collaborativa.

Una consapevolezza finalizzata alla liberazione di spazi della rete attraverso infrastrutture e servizi indipendenti e autogestiti che operino fuori da dinamiche e interessi commerciali e di profitto nella tutela dei diritti di libertà di comunicazione e di espressione, di tutela della privacy e di anonimato nella salvaguardia dei beni comuni digitali.

Su questa base è stata scalata questa esperienza a livello locale con un fine fondamentale, la conoscenza reciproca e l’interazione dei soggetti e delle pratiche nei loro contesti di vita, una condizione fondamentale per attivare il loro potenziale di trasformazione, perché è soltanto dalle reti di prossimità, dai vincoli della condivisione quotidiana che può prendere piede il cambiamento.

Abbiamo quindi impostato una prima mappatura, da continuare ad implementare sulla base di dati che per il momento non siamo riusciti a reperire, delle realtà alternative alla grande distribuzione presenti nel VII municipio, rilevando la potenzialità dell’innesco di intrecci e relazioni virtuose. Sono stati individuati i mercati rionali ed i mercati periodici organizzati da Campagna Amica, luoghi di socialità e di distribuzione di prodotti a Km 0gli orti urbani, pezzi di territorio nei quali i cittadini auto-producono consapevolmente il proprio cibo, i GAS, i “mercati alternativi” e le cucine popolari nei quali vengono distribuiti prodotti provenienti da una filiera sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, ed anche i produttori che queste realtà riforniscono. Dalla relazione tra tutte queste declinazioni produttive e di distribuzione è emersa una fitta rete di collegamenti la quale, se adeguatamente rinforzata da connessioni ulteriori, può disegnare la fattibilità di una nuova economia.

per maggiori informazioni reter.org

Cucinare senza fretta. Ogni giovedì

(di Peppe Levanto, articolo tratto da comune-info.net)

Accadono cose un po’ folli tra i fornelli di uno spazio occupato della periferia romana come Scup. Ogni giovedì sera la trattoria diventa una palestra di abilità sociali, relazionali, domestiche e di cibo buono grazie a “Cucinare con lentezza”, iniziativa dei ragazzi (autistici e non) della cooperativa sociale Giuliaparla. Quella che era una bizzarra idea è diventata una serata occasionale bellissima e poi un appuntamento settimanale sempre più atteso. Eh sì, certi spazi occupati andrebbero proprio sgomberati

di Giuseppe Levanto

Se ci chiedete come e quando siamo arrivati fino a qui probabilmente non sapremo mai rispondervi, ma di una cosa siamo certi, vogliamo andare avanti. Il progetto “Cucinare con lentezza”  è il frutto di un’idea nata in una serata primaverile del 2017, quando un gruppo di ragazzi autistici e non, complice una giornata di divertimento ben riuscita nelle stanze accoglienti di Scup (Sport e  cultura popolare, spazio sociale occupato di Roma), comincia a pensare come trasformare in opportunità un ambiente decisamente friendly. All’inizio le idee sono tante, si moltiplicano e ci confondono, ma una cosa mette tutti d’accordo: il cibo. Trovato il mezzo di sintesi perfetto bisogna articolare e capire come organizzare il percorso.

L’idea prende forma. Lavorare nello stesso tempo in un contesto dinamico e accogliente su abilità sociali, relazionali, domestiche è una scommessa che ci incuriosisce, complice la follia giusta dei ragazzi di Scup, i ragazzi della cooperativa sociale Giuliaparla cominciano a disegnare i contorni della proposta, che si concretizzano in una serata prova decisamente ben riuscita. Ormai è fatta, quella che prima era una semplice idea è diventata un’iniziativa bella e concreta, che funziona, che diverte e sopratutto ci diverte, che offre a ragazzi con autismo e non una bella palestra d’inclusione e di scambio, che forma e informa, da e prende informazioni, al grido di cucinare si, ma lentamente.

I fornelli diventano un’arma perfetta e le tavolate piene un campo di battaglia buono per innescare il tutto. Alla prima serata seguono delle altre, aumentano le adesioni, si tirano le somme, si correggono gli errori, si diventa leggermente più bravi e un pochino più veloci, e si decide di riflettere su come dare seguito all’iniziativa. L’estate ci prendiamo una pausa, dove però, anche se in assetto di vacanza, testiamo una serata lontano dal luogo che ci ha visto nascere, e ne esce fuori una di quelle serate bomba che ci fanno capire di essere sulla strada giusta. Ormai ci siamo montati la testa e siamo già pronti e operativi a coccolare lentamente i vostri palati, a scambiare due chiacchiere e a raccontarvi questa storia buffa che continua.

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“Cucinare con lentezza” è un progetto completamente alimentato dallo sforzo volontario e dall’entusiasmo di chi lo anima, che quest’anno diventerà un appuntamento fisso all’interno degli spazi di Scup che ci vedranno protagonisti ogni giovedì sera. È un progetto aperto, che ha come destinatari diretti ragazzi con diagnosi di autismo con bisogno di supporto lieve, amici, famigliari, conoscenti. Grazie alla trattoria gestita dai ragazzi vengono implementate le abilità domestiche, le abilità sociali, le abilità relazionali, in uno spazio completamente mirato all’accoglienza e all’inclusione. Le regole del gioco sono semplici, chiunque voglia proporre la sua candidatura può farlo mandando una mail o telefonando al numero indicato.

Ogni giovedì sera la trattoria accenderà i fornelli e a turno i ragazzi si alterneranno in cucina e in sala. La partecipazione è completamente gratuita… Insomma, “Cucinare con lentezza” riparte, si fa grande e vi aspetta…. mangiateci!

 

Pagina facebook

Per informazioni tel. 320 6044081, mail: peppe.levanto@gmail.com

Il patrimonio di Atac tra svendita e riqualificazione

(di Gaia Benzi) 

Intorno all’ex deposito Atac di piazza Ragusa, e alle altre rimesse abbandonate, si scontrano due idee diverse di città: quella della finanza, fatta di privatizzazioni e speculazioni, e quella dei beni comuni urbani.

Quale sarà il destino del patrimonio immobiliare di Atac? É questa la domanda dei cittadini radunati sotto la sede Atac di via Prenestina, in un presidio organizzato il 4 dicembre scorso dalla rete territoriale Cinecittà Bene Comune. Cartelli, striscioni, espressioni di solidarietà ai lavoratori in lotta animano la protesta sugli immobili della partecipata, nuovamente a rischio svendita dopo il concordato “in bianco” firmato lo scorso 14 settembre dalla Giunta Capitolina.

Il presidio, però, è solo l’ultimo capitolo di una battaglia che va avanti da molti anni: dal 2014, per la precisione, e cioè da quando Cinecittà Bene Comune occupò simbolicamente l’ex-rimessa di piazza Ragusa per chiederne la riapertura.

“Sono due i motivi per cui ci troviamo qui oggi”, spiega Chiara al megafono. “Uno riguarda la gestione dell’Atac, che vogliamo resti pubblica, e la solidarietà ai lavoratori in mobilitazione. L’altro motivo, strettamente connesso, riguarda la gestione del patrimonio inutilizzato dell’azienda, sul quale da anni la rete territoriale Cinecittà Bene Comune sta conducendo una battaglia di salvaguardia e recupero.”

Due questioni all’apparenza slegate, ma che in realtà si intrecciano nella storia complessa e quasi incomprensibile della ristrutturazione aziendale di Atac; e che oggi, diciotto anni dopo l’inizio di questa storia, incidono profondamente sulla qualità del servizio e sull’urbanistica della città.

Ma perché il collasso dell’azienda di trasporto pubblico della Capitale e i suoi immobili in dismissione dovrebbero essere collegati? Come si intreccia il destino delle ex-rimesse diffuse in tutta Roma con il servizio reso ai cittadini? E soprattutto, se Atac è fortemente indebitata, perché opporsi alla vendita degli immobili?

I GIOIELLI DI FAMIGLIA DI ATAC

Per rispondere a queste domande occorre fare un passo indietro – o forse due – e ricostruire le vicende che negli ultimi anni hanno dettato le sorti della partecipata. Ci aiuta a farlo uno studio del 2012, condotto dall’Università di Roma Tre e intitolato “La ricchezza dell’Atac”, che illustra in dettaglio i cambiamenti a cui l’azienda è andata incontro e fornisce un quadro di riferimento completo.

Tutto inizia quando, nel 2000, ATAC cessa di essere un’Agenzia Speciale del Comune, e diviene una Società per Azioni a partecipazione pubblica. All’epoca era già chiarissima la situazione di sofferenza di Atac, e i bilanci in passivo ne prefiguravano il fallimento. L’allora giunta Rutelli decise di correre ai ripari e ristrutturare la società, dividendola in due tronconi: Atac SpA, con funzione di programmazione e pianificazione (e controllo), e TRAMBUS SpA, dedicata alla gestione dei servizi. Il patrimonio immobiliare dell’Agenzia Speciale Atac, fino ad allora proprietà del Comune di Roma, viene dunque ceduto dal Comune ad Atac Spa, che ne rileva anche la gestione.

Nel 2004, in occasione della ratifica del Patto per la Mobilità, viene stilata una lista dei beni immobiliari di proprietà della Atac Spa, divisi tra “alienabili nel breve e nel medio periodo”. L’anno seguente, il 2005, il Consiglio Comunale approva il Piano economico e finanziario 2005-2011, dando il via al processo di cartolarizzazione vero a proprio: nasce uno “spin-off immobiliare” dedicato allo scopo, la Atac Patrimonio Srl, alla quale Atac cede la proprietà degli immobili con l’obiettivo di valorizzarli – cioè venderli – per sanare il debito della società madre. A tale fine, Atac Patrimonio viene dotata di un capitale sociale di 80 mln di euro, e viene approvato un finanziamento quindicennale con la Cassa Depositi e Prestiti pari a 160 mln di euro.

L’allora giunta Veltroni sancisce così la decisione, già espressa dall’amministrazione precedente, di affidare il risanamento di Atac alla vendita diretta dei suoi immobili, visti come vera e propria cassa alla quale attingere per ripagare il debito della società. Come se per sanare la malagestione che aveva generato il buco di bilancio fosse sufficiente vendere i gioielli di famiglia, lasciando intatto un modello economico e soprattutto gestionale della mobilità romana chiaramente disastroso.

VALORIZZAZIONE O SPECULAZIONE?

Da lì in poi la situazione cambia poco, se si esclude la breve parentesi di Roma Patrimonio srl che, attiva dal 2009 al 2011, ha avuto il solo merito di costringere il Comune di Roma a intervenire nuovamente in favore di Atac accollandosi nuove porzioni di debito.

Il piano, dunque, sin dall’inizio, era quello di salvare Atac vendendone i pezzi di pregio, puntando soprattutto sulle tre mastodontiche ex-rimesse di San Paolo, piazza Ragusa e piazza Bainsizza, patrimonio enorme in termini di metriquadri e archeologia industriale, lasciato da anni in stato di abbandono.

Anche solo la vendita rappresenterebbe un danno enorme per la cittadinanza, con la perdita di pezzi importanti del patrimonio pubblico e la creazione di una toppa che, per sanare le magagne di pochi, toglie moltissimo a tutti. Ma l’assurdità della vicenda è tale che le modifiche architettoniche delle ex-rimesse avallate da Atac nell’operazione di vendita vanno addirittura contro il PGR, il Piano Regolatore cittadino; quello stesso piano regolatore che veniva varato in contemporanea alla decisione di vendere gli immobili Atac secondo questi parametri.

La deroga necessaria alle modifiche, infatti, prevede un aumento delle cubatore di tre volte superiore rispetto ai limiti oggi imposti all’urbanistica cittadina, e un cambio di destinazione d’uso a commerciale e abitativa in tre quadranti della città che sono da sempre carenti di servizi e infrastrutture. Come lo studio sopra citato dimostra diffusamente, questo porterebbe ad aggravare una situazione che è già al limite del collasso, spesso e volentieri proprio nel settore della mobilità.

Ed è così che Atac, mentre paga l’affitto per gli uffici di via Prenestina e via Ostiense, svende agli immobiliaristi romani centinaia di metri cubi per farne appartamenti di lusso e centri commerciali, sperando in tal modo di saldare un debito che le ultime vicende hanno allargato ben oltre le possibilità di rientro previste in origine.

La favola della valorizzazione si rivela essere pura e semplice speculazione. Nel frattempo, la stessa sorte rischia di toccare anche ad altri edifici “minori”, come quello recuperato dalle attiviste di Lucha y Siesta nel quadrante di Cinecittà.

Le lotte dei cittadini e il progetto di riqualifica

A tutto questo si oppongono da anni comitati e reti che, dal basso, promuovono un’idea diversa per la riqualificazione degli immobili e il rilancio della partecipata.

L’ex-rimessa di piazza Ragusa, ad esempio, è al centro di un progetto partecipato di riqualifica che prevede per lo stabile una riconversione ad eco-stazione. Insieme ai cittadini della rete Cinecittà Bene Comune hanno contribuito all’ideazione del progetto gli stessi lavoratori dell’Atac, con l’obiettivo congiunto di creare posti di lavoro e aumentare i servizi per il territorio; il tutto nel rispetto dell’ambiente.

“L’obiettivo”, si legge nel volantino distribuito al presidio, “è quello di realizzare un polo ecologico in grado di offrire il servizio di trasporto pubblico per il centro storico e per le aree urbane limitrofe, valorizzando la tutela dell’ambiente e la promozione di una mobilità alternativa al servizio del traffico locale e di quello indotto dalla vicina stazione Tuscolana, rilanciando i livelli occupazionali, e riqualificando e selezionando in termini di ecosostenibilità l’offerta in risposta alla crescente domanda di mobilità”.

All’obiezione canonica del sì, ma non ci sono soldi, la rete ha risposto sottolineando come, per un progetto del genere, sia possibile attingere ai Fondi Strutturali Europei, nei quali proprio la partecipazione della cittadinanza è tra i requisiti fondamentali per l’assegnazione. Con la collaborazione di alcuni docenti dell’Unversità di Tor Vergata ha inoltre stilato un “Piano di sostenibilità finanziaria” che dimostra come il progetto sia non solo fattibile, ma addirittura auspicabile da un punto di vista economico.

Una prima vittoria era stata ottenuta dalla Rete con l’iscrizione della facciata dell’edificio tra i beni di archeologia industriale, per impedirne un’eventuale demolizione. E in numerosi tavoli tra Comune, Atac e cittadini era stato chiesto e ottenuto che piazza Ragusa fosse tolta dalla lista dei beni alienabili. Ma il concordato, purtroppo, ha rimesso tutto in discussione.

È per questo che Cinecittà Bene Comune ha indetto il presidio del 4 dicembre, al quale si è unito il Comitato per la riqualificazione dell’ex-rimessa Vittoria di piazza Bainsizza. Alla richiesta di incontro avanzata al presidio ad oggi non è stata data alcuna risposta e, insieme ai lavoratori e ai cittadini attivi nei quartieri, la rete prepara nuove mobilitazioni.

[articolo tratto da Dinamopress https://www.dinamopress.it/news/il-patrimonio-di-atac-tra-svendita-e-riqualificazione/]