Scup riapre e festeggia una vittoria per il quartiere!

Il 6 ottobre Scup, Sport e Cultura Popolare, riapre i battenti con una giornata di attività e incontri, e vi invita a festeggiare insieme la sua ultima vittoria: la bonifica del tetto in amianto che ricopriva i capannoni di via della Stazione Tuscolana.

È una vittoria che parte da lontano: quando siamo entrati negli spazi di via della Stazione Tuscolana abbiamo avviato un lungo percorso di ristrutturazioni dei capannoni, tutt'altro che agibili, e con tanta fatica e tanto olio di gomito li abbiamo trasformati in luoghi dedicati allo sport e ad attività politiche, sociali, artistiche e culturali, rendendo reale il concetto di "rigenerazione urbana".

All’interno di questo percorso affrontare il problema della copertura in eternit di uno dei tre capannoni è stata da subito una grande sfida, oltre che un enorme ostacolo. Abbiamo effettuato controlli e analisi dell'aria grazie all’apporto di ditte specializzate che certificassero la non tossicità e pericolosità della copertura in eternit, affrontando una spesa ingente che non sarebbe spettata a noi, ma alla proprietà dello stabile, cioè RFI.

Nel dicembre 2018 RFI ha sancito la legittimità del nostro progetto e delle nostre attività, siglando con noi un accordo di comodato d’uso gratuito. A quel punto pretendere la bonifica dell'eternit è diventata una priorità: la salute è un diritto!

Grazie alla nostra perseveranza e tenacia, abbiamo raggiunto l'obiettivo, e le prime settimane di agosto hanno visto i lavori di bonifica dell'amianto.

Ma non vogliamo che finisca qui. Come sempre, ci piace rilanciare. Per noi la soluzione dei problemi che affliggono il quartiere sta nei meccanismi di condivisione e mutuo aiuto, con l’organizzazione dal basso e la partecipazione attiva.

Sappiamo di essere in controtendenza nel voler costruire comunità e nel desiderare il benessere collettivo, perché questa è l’epoca dei tagli alla sanità, ai servizi, all’educazione, dei contratti precari o della disoccupazione dilagante, ma non ci siamo mai arrese né arresi nel pretendere una vita degna, e di certo non ci arrenderemo ora.

Dopo la chiusura estiva, necessaria per completare i lavori di bonifica, il 6 ottobre riapriamo con una grande festa a cui vogliamo invitare tutte e tutti. Racconteremo la storia della bonifica e non solo, presenteremo le nostre attività, discuteremo dei problemi del quartiere e di come possiamo risolverli. Ma soprattutto sarà un’occasione per stare insieme, una giornata di gioia e condivisione.

Vi aspettiamo, non mancate!

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Programma

Ore 10:00 MERCATO EcoSolPop - Ecologico, Popolare e Solidale. Per tutta la giornata banchi di produttori a filiera corta, trasformatori e artigiani del riuso/riciclo.

Ore 10-13 SEMINARIO: "Lo Yoga e il Cibo delle Stagioni - Autunno" (a cura di Giulia Pratt)

Ore 13:00 PRANZO popolare a cura dell'Hostaria Agli Scuppiatti

Ore 15:00 KUNG FU BIMBI: lezione di prova gratuita per bambine e bambini dai 5 ai 12 anni (a cura di Shiva Ambra)

Ore 15:00 Presentazione Jacobin #4 "Apocalypse No"
La crisi climatica e ambientale avanza e fa sentire i suoi effetti in tutto il globo: siccità, inondazioni, calamità naturali di ogni genere si moltiplicano, mentre i ghiacciai e intere zone costiere vengono erose dal mare. Che fare di fronte a tutto questo?

Se da un lato il sistema di sfruttamento capitalistico sta devastando il nostro pianeta, dall’altro prova a scaricare addosso ai singoli individui le colpe del collasso climatico: è colpa nostra che non compriamo la borraccia, non ricicliamo la plastica e non differenziamo abbastanza. Ma questa narrazione non fa altro che occultare le responsabilità politiche di stati e multinazionali che, complici di uno sfruttamento sempre più intensivo, colonialista e sessista, continuano a promuovere modelli di produzione insostenibili e distruttivi.

In questo contesto, la riposta individuale non è più sufficiente: c’è bisogno di organizzazione comunitaria, dal basso, con piccoli e grandi obiettivi, partendo dai territori e dalle battaglie ambientali urbane e rurali che ci sono vicine, per cambiare l'intero modello produttivo e distributivo. Come recita l’editoriale del nuovo numero di Jacobin: “Pensiamo che i singoli uomini e donne abbiano in mano il loro destino e che con le loro scelte quotidiane possano cambiare il corso delle cose, ma che ciò avvenga quando queste diventano azione collettiva e non pratica atomizzata.”

Ore 17.30 APERITIVO in Ora D'Aria e DjSet a cura di Mondo Groove Barricade (ft Dario)

Ore 18:00 Hopscotch live trio presenta “Mesh0”: mutua comunicazione da esso, con esso e intorno ad esso – realizzando che non esistono fantasie preferibili ad altre, perché la misura del loro valore dipende dal rispettivo grado di adattamento alla mente che le contiene.

A seguire, continuazione dell’Aperitivo in Ora D’Aria e DjSet a cura di Mondo Groove Barricade (ft Dario)

Lavoriamo per fare comunità

da ComuneInfo

In quest’estate lugubre di decreti sicurezza e crisi di governo, Scup va controcorrente, e una volta tanto non piange ma festeggia: dopo quattro occupazioni e due sgomberi, il progetto di Sport e Cultura Popolare nato a via Nola 5 ha finalmente trovato un riconoscimento formale, ottenendo il comodato d’uso gratuito dello stabile di proprietà RFI di via della Stazione Tuscolana dove attualmente si trova. E non solo: a fine luglio la proprietà ha avviato il cantiere di bonifica del tetto in amianto, un problema di salute pubblica molto sentito dagli abitanti della zona e a lungo rimandato.

Tutte ottime notizie, si direbbe. Eppure. Eppure abbiamo quella strana attitudine a non riuscire ad accontentarci se attorno a noi c’è qualcuno che soffre. E forse è per questa nostra caratteristica, questo tratto antropologico che ci limita nel godere del momento, che facciamo fatica a celebrare un risultato importante, tanto più per un piccolo gruppo di persone che ha dedicato tempo e energie ad un progetto collettivo, portando il peso di una sfida piena di insidie senza nessuna garanzia del risultato – com’è sempre in questi casi.

Veder legittimata la nostra azione politica di rivendicazione, attraverso la pratica dell’occupazione di uno spazio abbandonato è stato un risultato importante, in uno scenario cittadino in cui questa stessa pratica viene attaccata e messa sotto accusa, sotto sfratto, sotto sgombero, quale che sia il suo valore sociale e la sua utilità per il tessuto urbano nella quale si è radicata ed è fiorita negli anni. Nel nostro caso né il Comune, né il Municipio VII, né l’azienda RFI hanno trovato argomenti contro la bontà del progetto, riconoscendo implicitamente come legittima l’azione di rottura che ha portato all’occupazione – peraltro nata da un corteo di solidarietà dopo il precedente sgombero.

Ma questo risultato è allo stesso tempo angusto per un’esperienza multiforme come la nostra, e la forme giuridiche del comodato d’uso a scadenza e dell’associazione di promozione sociale chiaramente non bastano a contenere un progetto come Scup – che è mutualistico, sportivo, politico, sociale, culturale e cooperativo insieme.

Una politica, quella di RFI, che, nonostante le sue grosse criticità, è certo più definita di quella confusa con cui la città di Roma ha normato nel corso delle diverse amministrazioni questo tipo di esperienze, che in alcuni casi hanno una storia pluridecennale. Esperienze che hanno riqualificato, tenuto in vita e rigenerato spazi altrimenti abbandonati, creando in molti casi realtà solide e vitali, laboratori, esperimenti, hub di partecipazione e servizi, migliorando i territori in cui si sono inserite, e a cui oggi si chiedono affitti, risarcimenti, e ovviamente lo sgombero dei locali. Si potrebbe pensare che il problema di questi spazi sia la legalità, la linea di confine tra lecito e illecito, ma  sarebbe andare fuori strada: persino l’attivismo civico, oggi, risulta appesantito da costi e trafile burocratiche, e a prendersi cura di una fazzoletto di verde o a spalare l’immondizia davanti il portone di casa si rischiano multe salate.

Ma a chi, a cosa serve questa benedetta e restaurata legalità? Dopo uno sgombero, nella stragrande maggioranza dei casi, l’immobile un tempo occupato resta vuoto per anni. Marcisce, decade, va in rovina. Per certi versi, si accoda al destino di Roma, città delle rovine e degli immobili abbandonati, che si tratti di vecchie strutture pubbliche o di enti che così gestiscono il loro patrimonio, o di complessi industriali e agricoli ormai in disuso, o di immobili di grandi e piccole società private, che ne traggono un vantaggio economico anche tenendoli vuoti nel meccanismo di rendita e speculazione finanziaria.

Ma le aree abbandonate e in disuso generano desolazione e sconforto, il famoso degrado – che altro poi non è se non solitudine, isolamento, inattività, le lenta morte del tessuto urbano definita  “sicurezza”. In questo caso, come nei problemi di natura ambientale (il tetto in amianto, ma anche la discarica, l’aeroporto, e così via), o nella mancanza di trasporti e servizi, l’uso della proprietà pubblica e privata risulta lesivo dei diritti fondamentali degli abitanti del territorio – tra i quali, è bene ricordarlo, rientra lo stesso diritto ad un’abitazione degna, ostacolato dal mercato e dalle politiche abitative pubbliche, che spinge le realtà dei movimenti per l’abitare a riempire i palazzi vuoti per soddisfare questo diritto.

È sulla base di questo ragionamento che si è avviato negli scorsi anni un dibattito sull’utilità sociale, sull’uso civico e sugli articoli 42 e 43 della Costituzione, che delineano i limiti che sono da imporsi alla proprietà privata. E di esempi in cui l’interesse privato ha prodotto pochi benefici e per pochi, e tante conseguenze dannose per tanti è purtroppo piena la nostra storia; la politica assiste a questi affari – in molti casi agevola, in alcuni lucra – e non è quasi mai in grado di appoggiare chi si mobilita per rivendicare quei diritti, mentre è costante la regressione di tutto ciò che è servizio pubblico.

Fortunatamente, nel micro avvengono tante piccole vittorie, ci sono laboratori urbani e territoriali, si attivano meccanismi di contrasto e costruzione di pratiche, di resistenza e alternativa.
È un mondo che conosciamo a Roma e in altri territori in Italia – uno su tutti, confermato in questo luglio, quello della ValSusa dei No Tav. E anche fuori dall’Italia, perché sono dinamiche presenti a tutte le latitudini, problemi che non hanno confini: come le merci che si muovono da un continente all’altro e ci raccontano delle contraddizioni che hanno come denominatore comune lo sfruttamento, l’interesse egoistico e prevaricatore che ammala e uccide vite, territori e ambienti.

Lo sfruttamento urbanistico è parte di questo sfruttamento generale. Eppure non saremmo completamente inermi: avremmo già diversi strumenti da poter applicare. Oltre ai già citati articoli della Costituzione si potrebbero mettere in campo azioni requisitorie per emergenze di ordine pubblico e pubblica sicurezza, per dare un tetto alle decine di migliaia di sfollati – tanti quanti sono gli sfratti per morosità incolpevole e richieste di casa popolare mai accolte – per mettere così, senza scuse, in primo piano, con tutta la sua drammaticità, la questione abitativa.

Ma nessun pezzo dello Stato lo fa, in nessun forma, che sia dissuasiva o incentiva con politiche fiscali, che sia amministrativa, che sia di investimenti pubblici; l’unica formula è quella del non esserci, di tagliare. E quando c’è, c’è solo per essere debole con i forti e forte con i deboli, e incrementare, a colpi di decreti, le armi a disposizione per aumentare la repressione del dissenso. Non ci si pensa due volte a manganellare un presidio, contro una discarica o contro un licenziamento di massa; ma ci si guarda bene dallo scagliarsi con la stessa violenza contro gli atti criminali di persone potenti.

Così, se ci è chiaro che questa vittoria a via della Stazione Tuscolana è importante, non possiamo non leggere in essa il fallimento della politica istituzionale, e il fatto che come cittadini siamo soli nell’affrontare un quadro generale ben più complesso, dove sono indispensabili organizzazione, coraggio, partecipazione, mutualismo, cooperazione, moltiplicazione e messa in comune delle esperienze. Speriamo che la nostra vicenda sia da stimolo ad altri territori per attaccare il patrimonio inutilizzato di aziende ed enti che magari prevedono una politica di comodato. Siamo certi però, che nel momento in cui ci sarà un contrasto con gli interessi dell’azienda, molto difficilmente avremo lo Stato e l’amministrazione dalla nostra parte.

E quindi lavoreremo per essere una comunità sempre più ampia e sempre più intrecciata al territorio a cui si relaziona. Non possiamo non vedere che alla politica degli sgomberi bisogna sostituire un ragionamento per inquadrare in maniera virtuosa le esperienze positive ed elaborare un quadro normativo che favorisca gli slanci di collaborazione, di attivazione verso il patrimonio in disuso, per il quale le forme attuali di gestione amministrativa sono insufficienti e inadeguate, e spesso scollegate dalla realtà.

Bisogna colmare l’insufficienza della politica partitica e delle istituzioni amministrative, questo vuoto che si sta scavando tra i principi enunciati in Costituzione e la tragicità di una società attraversata da malessere, da violenza e sopraffazione. E riconoscerci in questo, riconoscere di avere uno spazio – tanti spazi, in realtà – che possono raccogliere e far maturare questi slanci. E organizzarsi, coltivare umanità e relazioni, per avere un paese aperto, luoghi aperti, porti aperti, parchi aperti, e chiudere il capitolo nero che stiamo vivendo.

Vittoria! Rfi bonifica il tetto

A fine luglio partiranno i lavori di bonifica dell’amianto. Un altro passo importante per Scup e il quartiere tutto!

Un’altra grande vittoria per Scup Sport e Cultura Popolare e per il quartiere tutto! A fine luglio verrà bonificato il tetto in amianto nello stabile di via della Stazione Tuscolana 82. Un ulteriore passo verso la riqualificazione e la rigenerazione urbana dell’intero quadrante.

Da tempo come Scup, Sport e Cultura Popolare, denunciamo la situazione di abbandono di alcuni luoghi fisici e zone del quartiere, provando a dare risposte concrete, frutto di un ideale immaginario di ben-essere.

Alcuni esempi del nostro impegno:

1) il progetto di riqualificazione e di utilizzo ai fini di una mobilità sostenibile dell'ex deposito Atac di Piazza Ragusa, progetto presentato qualche anno fa ma infranto contro il muro di silenzio del Comune che ha deciso di ovviare al rischio di fallimento dell'azienda del trasporto pubblico con la svendita dei beni immobili di Atac, smettendo di recepire le proposte di chi nel quartiere ci vive;

2) l’attenzione al disagio che ruota attorno alla Stazione Tuscolana dove tre anni fa si è consumato uno stupro per il quale abbiamo organizzato una passeggiata lungo le vie del quartiere, cercando di sensibilizzare sul dilagante problema della violenza maschile sulle donne, oramai sistemico come ci dicono le donne in mobilitazione permanente in questi ultimi anni;

3) abbiamo più volte puntato i riflettori su spazi in disuso quali l'ex Circolo degli Artisti e l'ex Init in un territorio dove i luoghi di studio e aggregazione giovanile continuano a scarseggiare, questi spazi potrebbero essere riutilizzati per tali fini;

4) abbiamo sostenuto progetti di riqualifica promossi da comitati e associazioni di quartiere riguardanti Villa Fiorelli, i giardini di Piazza Ragusa o il parchetto nei pressi dell'acquedotto lungo il Mandrione, collaborando nell'organizzazione di eventi pubblici in tali aree verdi;

5) e per ultimo l'incredibile sforzo, da noi compiuto, per la riqualificazione dei tre capannoni di via della Stazione Tuscolana 82/84, che abbiamo occupato quattro anni fa, a seguito di un violento sgombero che ci ha cacciato dagli stabili di via Nola 5 (che da quando noi non ci siamo più stanno marcendo nell’abbandono totale).

Quando siamo entrat* negli spazi di via della Stazione Tuscolana abbiamo avviato un lungo percorso di ristrutturazioni dei capannoni, tutt'altro che agibili, trasformandoli da cattedrali nel deserto in luoghi dedicati allo sport popolare, alle attività politiche e sociali, a quelle artistiche, culturali, teatrali e performative, all'aggregazione giovanile e intergenerazionale, praticando e rendendo reale il concetto di "rigenerazione urbana".

Un percorso che ha origine in una mobilitazione di piazza, un corteo, con un atto, quello di riprendere l'uso sociale e civico di un immobile abbondato occupandolo, ora criminalizzato dai Decreti Salvini sulla sicurezza, insieme a tante altre forme di protesta e di attivazione, dal blocco stradale, fino al grottesco divieto di salvare vite umane nel Mediterraneo.

All’interno di questo percorso affrontare il problema della copertura in eternit di uno dei tre capannoni è stata da subito una grande sfida, oltre che un enorme ostacolo. Abbiamo effettuato grazie all’apporto di ditte specializzate controlli e analisi dell'aria che certificassero la non tossicità e pericolosità della copertura in eternit, affrontando una spesa molto costosa che non sarebbe spettata a noi ma alla proprietà dello stabile.

A seguito del comodato d'uso col quale, a dicembre 2018, la suddetta proprietà dello stabile, RFI, ha sancito la legittimità del nostro progetto e delle nostre attività, pretendere la bonifica dell'eternit è diventata una priorità, per permettere a chi frequenta Scup e a chi abita o passa nel quartiere di vivere in un contesto salubre e sicuro come ci spetterebbe di diritto.

Così grazie all'attivazione dal basso di occupanti, di attiviste ed attivisti, alla nostra perseveranza e tenacia, abbiamo raggiunto l'obiettivo e dall’ultima settimana di luglio partiranno i lavori di bonifica dell'amianto.

RFI bonificherà l’area!
Ma non vogliamo che finisca qui. Come sempre ci piace rilanciare.

La riqualificazione dei giardini di Piazza Ragusa, l’avvio dei lavori (finalmente!) a Villa Fiorelli, l’opera di riqualificazione e apertura di uno spazio culturale, sociale e sportivo nei tre capannoni di Scup, la bonifica di un tetto di eternit, sono solo alcuni risultati ottenuti grazie all’impegno, all’auto organizzazione e collaborazione di chi vive nel quartiere, di quella famosa “società civile” oramai ultimo baluardo contro la sciatteria di una città allo sbando.

Reputiamo tutto ciò non sufficiente per far fronte alla condizione di abbandono in cui versa gran parte di via della Stazione Tuscolana o al disagio abitativo e sanitario nei dintorni della stazione Tuscolana, che come tutte le stazioni si fa crocevia delle umane sofferenze, o alle zone diffuse di spaccio che vanno ad aggravare una situazione che ha tutti i presupposti per diventare esplosiva.
Abbiamo la convinzione che la marginalità sociale, lo spaccio, la violenza, la solitudine, che si annidano nelle sacche di abbandono urbano, non si risolvano con politiche repressive.

La repressione agisce sulla superficie dei problemi ma a noi interessa andare alla radice per poter prevenire derive incontrollabili e devastanti come già accaduto in altri quartieri di Roma saliti per questo agli onori della cronaca.
Per noi la soluzione del problema sta nel saper prevenire e intervenire con la riconnessione del tessuto sociale attraverso relazioni personali di condivisione e mutuo aiuto, con l’auto organizzazione e la partecipazione attiva, con l’incentivo, da parte delle Istituzioni preposte, di politiche sociali e culturali adeguate.

Abbiamo bisogno di un intervento complessivo integrato che sappia ridisegnare il quadrante secondo un’ottica di ben-essere collettivo, Municipio, associazioni e comitati, RFI, FS, Atac, devono essere tutti soggetti coinvolti in tale piano complessivo di “rigenerazione urbana”.

Sappiamo di essere in controtendenza nel voler costruire comunità e nel desiderare il ben-essere collettivo perché questa è l’epoca dei tagli alla sanità, ai servizi, all’educazione, dei contratti precari o della disoccupazione dilagante, ma non ci siamo mai arres* nel pretendere una vita degna, di certo non ci arrenderemo ora.

Dopo la pausa, necessaria ai fini dei lavori bonifica, riprenderemo l’impegno per la riqualificazione e valorizzazione del nostro territorio.

Pratiche culturali: festival autogestiti

di Gaia Benzi, da CheFare

Nonostante l’aria di calma apparentemente piatta, sorniona come quei gatti da calendario che affollano l’ombra dei Fori, Roma è da sempre fucina di esperimenti culturali meticci. Si muove lenta ma inesorabile, oscillando fra il trash nazional-popolare e un inspiegabile infighettimento da eredi pigri e disamorati, scialacquatori di passate glorie.

In fondo è una capitale, e una capitale ha sempre qualcosa da dire. Fosse anche col suo silenzio – e non è questo il caso – direbbe comunque tanto, mettendo al centro del vuoto che ostinatamente produce l’attonita decadenza della civiltà occidentale.

Ciò detto, so bene che è Luglio, si muore di caldo, e siamo tutti stanchi. Non c’è molta voglia di massimi sistemi. A Scup, ad esempio, si è appena svolta la Festa delle Streghe, e bisogna mettere in ordine dopo i bagordi. Mentre cerchiamo di capire dove andranno posizionate le piante di lavanda che, come ogni anno, da decorazioni colorate passano ad essere elementi vivi cui trovare una sistemazione permanente, mi vengono in mente le mani al cielo e le grida della sera prima.

Quest’anno la Festa – giunta alla sua seconda, audace edizione – è stata concertata con varie realtà del quartiere. Inizialmente si sarebbe dovuta tenere in piazza ma si sa, manca sempre qualche carta, i permessi non arrivano, e poi il terrorismo, le sovrintendenze, etc.

In ogni caso, la Festa si è svolta lo stesso, al chiuso, e Scup era pieno di gente di ogni età che batteva le mani al ritmo degli stornelli intonati dalla Banda Jorona. Una signora non ce l’ha fatta e sul ritornello di Tanto pe’ canta s’è messa a piangere, “ma sai quanto tempo era che non la cantavo, pensa te, era viva la buonanima del marito mio”, e con la gamba stesa sulla panca davanti – “perché la sciatica non perdona signora mia” – continuava a sgolarsi tra le lacrime, in quel misto di ilarità e malinconia che viene volgarmente chiamato spirito popolare romano.

Tra vestitini estivi macchiati dal sugo al pomodoro delle lumache e occhi inumiditi dal nocino, forse un po’ commossi lo eravamo tutti: dal fatto che finisse l’anno con una gran festa, che iniziasse l’estate, che se stavamo a divertì, che era sera e faceva caldo ma se stava bene uguale, che cantavamo tutti insieme così, “un po’ per celia, un po’ per non morire”, tanto pe’ cantà.

La Festa delle Streghe è una festa popolare che ha vissuto ininterrottamente per secoli, mutando al mutare delle contingenze storiche. È ed è sempre stata un momento d’incontro carnevalesco e liberatorio, uno di quei lasciti che la tradizione consegna come guscio vuoto di contenuti e gonfio di simboli – le streghe, le scope, le lumache, gli stornelli e i panini con la porchetta –, una cosa che non sai bene che pensarne finché non la prendi in mano e provi a riprodurla. Da qualche anno questa tradizione era stata interrotta, e a Scup ci siamo fatti venire lo scrupolo di ripescarla dall’oblio e darle nuova vita.

Ma perché lo abbiamo fatto? Perché riprendere una tradizione popolare è importante per uno spazio sociale del XXI Secolo? Motivare una risposta facendo riferimento solo ai legami che abbiamo stretto col territorio sarebbe riduttivo, soprattutto considerando che non siamo gli unici, in città, a riproporre gli stilemi de ‘na vorta. Ne sono un esempio i ricchi cortei di Carnevale che si svolgono a Febbraio un po’ dappertutto, autogestiti e autorganizzati; le giornate al parco – o al lago, nel caso del Prenestino – promosse dalla Roma comune e comunitaria, comprensive di tutti gli elementi più folcloristici quali salsicce alla brace, musica all’aperto, spettacoli teatrali.

E questi momenti di piazza, queste occasioni festive che sbocciano come fiori ostinati nel cemento capitolino, sono spesso affiancate da altri tentativi, quotidiani e resilienti, di praticare cultura nei confini angusti della metropoli. Ma in che senso tutto ciò può essere definito popolare? Che vuol dire, come recita l’acronimo di Scup, fare cultura popolare oggi?

Non sono stata l’unica a chiederselo. Era Aprile, faceva ancora freschetto, e Scup aveva il piacere di ospitare il festival degli inchiostri ribelli Free Ink. Stretti sul piccolo palco rosso, rappresentanti di vari progetti culturali di Roma e non solo erano stati chiamati a confrontarsi sul tema delle “controculture”. Il microfono passava velocemente da una mano all’altra e al moderatore non rimaneva che seguire l’onda. Il pubblico ascoltava, stimolato e sorpreso: quando sulla locandina trovi scritto dibattito, non ti aspetti mai che i toni si scaldino per davvero.

Nell’aria aleggiavano parole come identità, autenticità, ibridazione, concetti astratti che tentavano di tracciare un quadro teorico di ciò che come spazi sociali mettiamo in campo tutti i giorni, o almeno di individuarne la vocazione comune. Sarebbe lungo riassumere qui una chiacchierata così intensa di oltre due ore, e però c’è un nodo che secondo me vale la pena trascrivere e riportare.

Il punto, diceva qualcuno, non è capire se con le nostre pratiche quotidiane o con i nostri festival autogestiti facciamo o no produzione culturale; quello, possiamo darlo per assodato. Il punto è: che tipo di cultura produciamo? Ambiamo a produrre una cultura di popolo, ma come si fa ad essere popolari se per popolare s’intende oggi una cultura di massa edonista, nichilista e spoliticizzata? Basta garantire dei prezzi accessibili e dei compensi equi? Oppure è necessario intraprendere un cammino di ricerca che ci porti non solo a ripensare il concetto di popolare in relazione alla cultura, ma soprattutto a immaginare daccapo l’intero meccanismo di produzione culturale, includendovi anche la quotidianità che fa da sfondo agli eventi. “Attingere alla vita per tornare alla vita”, ha poi concluso, prima di scusarsi perché forse non si capiva bene.

E invece chi si occupa di produrre e diffondere cultura questa tensione la capisce benissimo. Un tempo infatti nelle manifestazioni autogestite, organizzate da collettivi e strutture, si chiamavano sul palco artisti che nella loro carriera avevano dato spazio a contenuti politici, e su questa base si costruivano gli eventi – eventi accessibili, sociali, partecipati. Un sostrato e un panorama di riferimento comuni lo rendevano possibile. Ma oggi quest’approccio non basta più, e non è più popolare.

Il lessico dell’impegno politico è diventato stantio, è avvizzito. Lotta, conflitto, la stessa controcultura, non sono più parole del popolo, un popolo che s’è fatto pubblico, utente passivo di un servizio offerto. La vita, invece, cioè la vitalità generatrice tipica della tradizione popolare, è resa possibile solo da un atteggiamento attivo, dalla compartecipazione di artisti e fruitori nell’atto creativo, in un processo dove l’orizzontalità è un elemento centrale.

Quell’attingere alla vita è allora un modo per ripensare la natura del popolare in rapporto alla creazione e alla diffusione di cultura, a Roma come altrove, in tutti quei contesti che sembrano incastrati nella riproposizione coatta di modelli estranei al pubblico a cui si rivolgono e impiantati a freddo nei luoghi del consumo culturale, solo perché funzionano. Al contrario, la vitalità del popolare sta proprio nella capacità di conoscere, vivere e rispettare i luoghi del suo darsi, nel compatire una medesima condizione e condividere l’espressione che la descrive.

I contenuti artistici a cui oggi viene dato spazio in queste rassegne, dunque, non sono più di necessità immediatamente politici.

Del periodo precedente conservano soprattutto la libertà: dai legacci del tornaconto economico, ad esempio, grazie agli spazi sociali che spesso li ospitano, e dall’ansia del fallimento, in un processo di crescita che resta autonomo e sperimentale.

La vitalità artistica che ne deriva trova infine espressione nei grandi eventi culturali messi in piedi da quegli stessi spazi sociali che la nutrono ogni giorno: l’I-Fest al Nomentano, Logos al Prenestino, il Cinecittà Film Festival al Quadraro, il Free Ink e in piccolo la stessa Festa delle Streghe, solo per citarne alcuni – ce ne sono decine ed è impossibile nominarli tutti.

Si tratta di eventi in cui i mezzi di produzione della cultura sono in mano a una collettività, autogestita e autofinanziata, e rivendicano la loro centralità nel dibattito pubblico. Eventi in cui l’elemento politico non è più delegato al contenuto artistico, che spazia ovunque la vita porti la sua libera ricerca espressiva, ma risiede nella forma stessa dell’organizzazione e della produzione culturale, con una direzione comune, aperta e condivisa.

In questo processo allora non ha più senso parlare di cultura alta e cultura bassa, e non ha più senso nemmeno il termine controcultura: il mainstream ha ampiamente dimostrato di avere la capacità di impossessarsi di ogni nicchia di produzione culturale indipendente, in un processo di spoliazione continua dell’operato di attivisti e artisti emergenti.

La distinzione che ne nasce è semmai fra una cultura dall’alto e una cultura dal basso, dove, a fianco delle grandi (o piccole) manifestazioni promosse da enti, istituzioni, privati facoltosi, sta emergendo con sempre maggior forza un modello di produzione culturale in cui i meccanismi produttivi, la volontà politica e la creazione artistica sono intrecciate e interdipendenti.

Nei festival autogestiti a renderci popolo non è l’essere pubblico insieme, ma il prendere in mano l’espressione di sé e l’organizzazione stessa di quell’espressione: l’intero discorso attorno alla cultura.

Oltre Scup, per una cura del territorio

di Gaia Benzi, da CheFare

Il sole sta tramontando e tinge di ocra le palazzine color mattone. Batte sulle finestre degli ultimi piani e illumina i fiori che iniziano a sbocciare nei balconi, disposti in vasi ordinati accanto agli stendini. Il cielo è terso e azzurro, così azzurro da sembrare più grande del solito.

“Che guardi?” Chiara mi porge i volantini tirandoli fuori da una sacca, piccoli foglietti in bianco e nero con le attività della settimana e del mese stampate sopra. “Niente, il cielo”, rispondo stringendomi nel cappotto. Siamo stanche, abbiamo staccato da lavoro e siamo corse a Scup per fare questa cosa, altrimenti quando la facevamo, “dai non ci vuole tanto, così ci leviamo il pensiero”. Spegne la sigaretta e andiamo.

Raggiungiamo l’arteria principale, via Appia Nuova, e la strada ci inghiotte con la sua frenesia crepuscolare. Il traffico copre ogni cosa di fumi e di clacson, mentre un’umanità veloce si disperde in rivoli di macchine, autobus, motorini, tutta concentrata nello sforzo del quotidiano.

Ci fermiamo sul marciapiede accanto all’incrocio dell’Alberone e restiamo lì, impalate e un po’ intirizzite, ad allungare discretamente i nostri pezzi di carta. Qualcuno li prende volentieri, altri parlano al telefono, altri ancora scuotono la testa piccati e ci fanno scappare un sorriso complice.

“Ho bisogno di un caffè”, mi dice Chiara a un certo punto. Sarà passata mezz’ora, forse nemmeno. “Perché no, facciamo una pausa.” Ripongo i volantini nella sacca e ci sediamo ai tavolini di un bar poco distante.

Siamo cresciute in queste vie, le vie che circondano Scup, e ci capita spesso di fare volantinaggio insieme. Ho conosciuto Chiara quattro anni fa, per caso, e tra un bicchiere di vino e l’altro abbiamo fatto amicizia. A Scup abbiamo iniziato a parlare dei cambiamenti che il nostro quartiere stava subendo, e in un circolo vizioso di volantinaggi, bicchieri di vino e caffè reciprocamente offerti ci siamo dette che era necessario fare qualcosa per orientarli, questi cambiamenti, o almeno stargli appresso. Da allora, insieme all’offerta di servizi e alla creazione di posti di lavoro, la cura del territorio è diventata parte integrante dell’esperimento di community welfare che come Scup ci sforziamo di portare avanti.

Ma non è scontato. San Giovanni, e più in generale l’Appio-Latino, è una zona di Roma Sud che ha una sua storia e una sua evoluzione. Come ogni quartiere, borgata o rione di Roma, è una delle tante città dentro la città: un tempo campagna, confine della Roma intra muros, è diventata periferia ad inizio Novecento, finché la periferia non si è spostata un po’ più in là, e un po’ più in là ancora, e ancora, un polipo che allunga i suoi tentacoli verso l’agro romano. Oramai è considerata centro rispetto al resto della città consolidata.

Un po’ romana, un po’ mantovana, Chiara queste strade le ha attraversate sin da bambina. Ha studiato antropologia e adesso lavora come operatrice sociale, aiutando i migranti, applicando nella pratica quello che ha letto sui libri. Vive a Roma in pianta stabile da oltre vent’anni, e anche lei, come me, nel tempo ha visto il quartiere impoverirsi e chiudersi in se stesso.

Sorseggiamo il caffè con calma, accendiamo una sigaretta e ci guardiamo intorno. Una fila ininterrotta di luci al neon ci invita ad aprire il portafogli per mangiare, vestirci, telefonare, arredare, giocare, misurando la nostra identità con la quantità di contanti che siamo in grado di spendere lungo la strada di casa. Osserviamo le persone che ci passano davanti, spinte da un’urgenza insensata, che corrono e si urtano e non si guardano mai in faccia

Sono i liberi professionisti di San Giovanni, i pischelli dell’Alberone, i commercianti di via Appia Nuova, i nipoti dei ferrotranvieri che hanno dato vita al quartiere negli anni Venti, certo più ricchi dei loro nonni. Ti aspetteresti di vederli sazi e tronfi, e invece eccoli lì, nervosi e corrucciati, feriti dagli scempi immobiliari che hanno ridotto la florida offerta di servizi pubblici a una serie di transazioni economiche private. Mentre i palazzinari ingrassano, ignorando sistematicamente le compensazioni dovute alla città per le colate di cemento gettate in anni di anarchia urbanistica.

“Ma che c’avranno questi che so’ tutti incazzati”, sbotta Chiara scoppiando in una risata potente e facendo tremare la cascata di ricci che ha in testa. Un gruppetto di anziani accanto a noi si gira e inizia a borbottare, svuotando i bicchieri che ha davanti. “Beh, pure noi, non è che siamo messe meglio”, le rispondo mentre scivolo più in basso sulla sedia. Ride di nuovo. Alza le spalle e poi aggiunge: “In effetti un po’ li capisco”.

Sembriamo tutti sfaldati: noi, i passanti, i vecchi che borbottano, e soprattutto la cameriera bionda con due occhiaie pesanti che ci porta il resto al tavolino. Tanti atomi impazziti, incattiviti e sfiduciati.

La febbre immobiliare degli ultimi trent’anni ha disgregato il tessuto sociale che resisteva nei territori e lo ha diviso in monadi, singoli individui costretti a un lamento senza catarsi, un confronto senza empatia. Nella realtà mastodontica della città metropolitana, l’Idra romana dalle mille teste, la politica è diventata sempre più simile al tifo organizzato, e molti oramai si cullano nella convinzione che essere attivi politicamente significhi avere un’opinione sulle cose. Fare politica è diventato sinonimo di fare spogliatoio, perdendo così la capacità di influire nel presente, di adattare la materialità ai diritti, o anche solo di guardare al futuro.

Ogni tanto, però, un evento irrompe e spezza lo schema. Lo si incontra seguendo la scia di abbandono che la speculazione si è lasciata alle spalle. Le serrande abbassate e gli scheletri di grossi poli produttivi caratterizzano il paesaggio romano tanto quanto le antenne paraboliche che svettano nel cielo terso della Capitale, e i luoghi del cosiddetto degrado urbano stanno lì a segnare l’incompetenza, la miopia e a volte anche la malafede di chi ha amministrato questa città nei decenni passati. Eppure, malgrado tutto, è in questa scia che crepitano le fiammelle prepolitiche dell’aggregazione, i tentativi di tornare a fare gruppo su problemi comuni.

Il caffè è finito ma non abbiamo voglia di alzarci, la stanchezza del giorno ci inchioda alle sedie. Parliamo di villa Lazzaroni, un piccolo parco pubblico, poco distante da dove siamo adesso: è l’unico spazio verde rimasto intatto nella babele commerciale.

“Mi ricordo quando ci giocavo da piccola, era il fiore all’occhiello della zona”, dice Chiara con un po’ di nostalgia. La villa ora è lasciata a se stessa, i girelli e le altalene sono rotti e i bambini non ci giocano più. “Sai che su questa cosa è nato un nuovo comitato? Dovremmo contattarli, capire come possiamo aiutarli”, conclude accendendosi un’altra sigaretta.

Sento spesso affermare, soprattutto da chi occupa cariche istituzionali ma non ha oneri di governo, che la politica deve tornare a parlare dei problemi, trovare delle soluzioni ai problemi, riformare, oliare i meccanismi arrugginiti della macchina statale per far sì che tutto sia bello, pulito e funzioni come si deve. Ciò che Scup invece mi ha insegnato, con la grande pazienza e la flemma febbrile tipica dell’autogestione, è che i problemi, in realtà, non sono importanti: anche loro, come ogni cosa, da qualche parte hanno un punto debole.

Più importanti dei problemi sono le persone che quei problemi li vivono, e che pensano valga la pena affrontarli, in un modo confuso che ancora non sanno. A volte sono mosse da una spinta conservatrice, restia al cambiamento, che batte i piedi per difendere il proprio. Ma da quando è scoppiata la crisi, da quando progressivamente abbiamo visto chiudere cinema, biblioteche, esercizi commerciali, parchi, asili nido, luoghi di produzione, giostre per bambini, fagocitati dai mostri della rendita e della speculazione, persino l’associazionismo di base – quella politica dal basso che Pasolini disprezzava – ha iniziato ad assumere connotati differenti: i quartieri si sono trasformati in deserto, e la difesa del territori è diventata un tutt’uno con la rivendicazione dei diritti fondamentali dell’abitare.

Le piccole realtà territoriali, prima sparse, cercano ora la condivisione, si coagulano in reti e si scambiano contatti, pareri, competenze. Si accorgono che il proprio problema è connesso ai problemi degli altri, e si autorganizzano per immaginare insieme una soluzione a entrambi. È così che l’agglomerato indistinto di individui che erano stati fino a quel momento si evolve, in un meccanismo di mutuo riconoscimento e accettazione, per dare vita a qualcosa di più grande della somma delle parti: una comunità, rifondata sull’uso comune di spazi – fisici, mentali e spirituali – fertilizzati ogni giorno dalle relazioni che li innervano.

Le progettualità che fioriscono intorno ai beni comuni urbani, luoghi spesso spogli e dimenticati, sono una delle forme in cui oggi nasce un senso di appartenenza che va oltre il disagio dei singoli. Il community welfare, il welfare comunitario, diventa così la pretesa necessaria di ricostruire il benessere a partire dai territori, al di là delle differenze e della frammentazione che li caratterizza. Un processo che stimola le energie latenti della società e le riannoda fra loro, andando a soffiare l’ossigeno dell’aggregazione sulle braci dell’indignazione diffusa, generando dal basso un’idea che riassembli i cocci delle nostre vite e crei nuovi strumenti, per sé e per altri.

Abbasso gli occhi sui volantini: tra le attività della settimana spicca il laboratorio di progettazione partecipata sull’ex-deposito Atac di piazza Ragusa. Oltre a Scup, il porto sicuro dal quale salpiamo, c’è tutto un mondo di capannoni vuoti, parchi diroccati, edifici collassati da ristrutturare. C’è tutta una città da conquistare e ripopolare di energie, e sembra così piccola, vista da qui, così accessibile, ingabbiata nelle lettere del nostro volantino.

Chiara si alza e si infila goffamente la borsa a tracolla. “Dai, ricominciamo, un’altra mezz’ora e poi ci andiamo a rilassare a Scup”. Mi alzo anch’io e la raggiungo. Sui palazzi color mattone è calata la sera.

Sport Popolare a Roma

di Gaia Benzi, da CheFare

La tiepida luce del mattino inizia a scaldare l’asfalto mentre scarichiamo il grosso camion a noleggio. Il tatami, i birimbao, le casse per la musica, i tavolini pieghevoli, il gazebo, i libri con la loro libreria portatile, tutto viene ammonticchiato da una parte sotto lo sguardo severo e metodico di Ester.

In quattro stanno appendendo uno striscione tra i pali della luce, ed è tutto un coro di “si vede?”, “è storto”, “vai a controllare da laggiù”. Piano piano, mentre il sole raggiunge le panchine dove qualche anziano ci scruta incuriosito, arrivano a gruppetti gli istruttori delle varie discipline, già in divisa, e si dividono lo spazio, qui il tai chi, lì la boxe, là il parkour.

Giuliano mi sta accanto e osserva la scena aspettando gli allievi, la roda di capoeira non è prevista che in tarda mattinata. Sta fermo appoggiato a un bocchettone d’areazione della metro e si prende una pausa dal facchinaggio gratuito. Io, intanto, monto il banchetto disponendo su file ordinate i volantini dei corsi di lingue.

È il 5 ottobre e siamo in piazza re di Roma per una giornata di sport popolare. Dopo anni di manifestazioni sportive all’aperto ci siamo impratichiti, ormai siamo una squadra rodata, e anche se oggi è diverso, più grande e più lungo, sappiamo di avere le spalle abbastanza larghe per portarla a casa.

Quando siamo andati in Campidoglio, ad esempio, abbiamo dovuto trasportare l’attrezzatura in spalla sotto la pioggia battente, su per la ripida salita che conduce al Marco Aurelio, mentre i turisti ci guardavano perplessi dal belvedere. Ce la siamo vista brutta, ma siamo rimasti lo stesso fino alle otto di sera ottenendo l’incontro che chiedevamo.

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D’altra parte, se sei una palestra popolare andare in Campidoglio è una cosa che capita abbastanza spesso. Questo perché lo sport, a Roma, s’intreccia con la politica in una maniera strana, finendo sui giornali per i motivi sbagliati. A volte si tratta di vicende di malaffare, come nel caso delle tangenti legate alle Olimpiadi di Nuoto del 2009, altre volte di speculazioni edilizie, degli impianti mai ultimati che costellano il panorama urbano, vere e proprie cattedrali nel deserto.

Di contro, è molto difficile che le attività sportive quotidiane della città, parte integrante del diritto alla salute dei suoi abitanti, assurgano agli onori delle cronache capitoline.

Ma Giuliano non si preoccupa dei titoli dei giornali, e non ha mai pensato di insegnare nei mastodontici monumenti eretti a gloria imperitura dell’agonismo internazionale. È un istruttore di capoeira, una persona pratica, e ora l’unica cosa che lo interessa è che la giornata riesca bene. Da anni insegna nelle palestre popolari romane, e si può dire tranquillamente, senza paura di esagerare, che ha contribuito con un pezzo importante alla loro storia.

Quando questa storia è iniziata, negli anni ‘90, la città aveva assistito a una proliferazione di palestre simili a quelle americane, e le strade si erano tappezzate di cartelloni pubblicitari che incitavano al wellness, promuovevano il fitness, mentre lo step, l’aerobica, lo spinning convertivano sale parquet con specchi e sbarre in distese di biciclette meccaniche.

“L’infighettimento delle palestre” – come lo definisce lui – aveva trasformato Roma in una città dove, se volevi fare attività fisica, dovevi piegarti ai dettami di Jane Fonda e salire e scendere forsennatamente da gradini di plastica dura, pagando profumatamente l’opportunità di sudare.

Gli unici luoghi che resistevano all’americanizzazione dello sport erano le piccole palestre monodisciplinari, o qualche sparuto centro comunale in cui anni di pratica avevano costruito e garantito oasi di eccellenza.

“È lì che è nato tutto. Se volevi fare qualcosa di diverso, l’unico modo che avevi per trovare spazio era andare a bussare alle sedi di partito, alle parrocchie, agli spazi occupati, chiedendo che ti mettessero a disposizione una saletta, magari piccola e spoglia, dove però potevi praticare anche discipline nuove, meno inflazionate, e non preoccuparti troppo di un ritorno economico”.

Giuliano me lo racconta adesso, forse un po’ per passare il tempo, un po’ perché gliel’ho chiesto. Risponde alle mie domande con l’espressione concentrata di chi cerca le parole esatte. “Siamo partiti da questi luoghi inizialmente non attrezzati.

Era l’unico modo. Prendi la capoeira, per esempio: negli anni ‘90 non la conosceva nessuno.Veniva dal Brasile, era una cosa nuova, e nessuna palestra commerciale si voleva prendere il rischio di dare spazio a una disciplina che non si capiva manco troppo bene che era, e che probabilmente non avrebbe garantito molti introiti.”

Nel racconto degli esordi ci tiene a sottolineare come le palestre popolari siano nate da un bisogno, prima di tutto, di chi lo sport lo praticava, di professionisti esclusi dal circuito commerciale o comunque relegati ai suoi margini, e di come questo bisogno abbia trovato casa negli spazi sociali. Soprattutto nelle periferie, dove decine di ragazzi “non facevano niente perché non c’era nulla da fare, semplicemente. E allora alcuni compagni si sono detti: troviamoglielo noi qualcosa da fare, no? Facciamogli fare sport, facciamo una palestra”.

Chi ha avuto l’intuizione iniziale ha presto capito che lo sport, la riappropiazione del corpo attraverso l’apprendimento di una disciplina sportiva, era un modo naturale di costruire una socialità differente e aggregare identità disperse. È così che dal Forte Prenestino e dal Corto Circuito, pionieri di questa pratica, sono nate esperienze simili moltiplicando le palestre popolari in tutta la città. Oggi queste esperienze formano una rete, ricca e consolidata, che offre corsi di numerose discipline, a volte poco conosciute e molto innovative, insegnate da istruttori qualificati; il tutto a prezzi accessibili o comunque contrattabili.

Una di queste palestre è Scup, che nasce proprio da un manipolo di istruttori sportivi misti a operatori culturali e professionisti vari. L’idea era quella di dare vita a uno spazio che fosse in grado di operare a tutto tondo per il benessere delle persone, e dunque sviluppare in sinergia i tre capisaldi della socialità autogestita romana: la cucina, la biblioteca e ovviamente la palestra.

Giuliano c’è stato sin dall’inizio, e sostiene che “sport e salute sono intimamente legati. Oggi pensiamo tutto a compartimenti stagni: un conto è il medico, gli ospedali, la sanità, un altro è l’attività fisica o la palestra, che non è prevista nei ticket perché è considerata un lusso non necessario. Ma lo sport può incidere sul benessere fisico e mentale delle persone in mille modi differenti”, soprattutto in un momento storico in cui i tagli progressivi allo stato sociale incido fortemente sul diritto alla salute.

Agli inizi degli anni 2000, la capoeira è diventata una disciplina di moda, ma Giuliano ha continuato a insegnare nelle palestre popolari. La sua scelta è intimamente legata all’attitudine di questi luoghi, perché “solo nelle palestre popolari lo sport è considerato parte integrante della cultura di un individuo e di una comunità, e non semplicemente una fonte di guadagno o di svago”. È un tassello fondamentale della vivibilità di una città, un’alternativa concreta alle carenze economiche, psicologiche e fisiche che viviamo sulla nostra pelle.

Non è un caso che Scup si definisca uno spazio polifunzionale: la polifunzionalità sta nel circolo virtuoso fra le discipline sportive, le attività culturali e l’osteria popolare ispirata a una cultura alimentare genuina, che con la sua accessibilità e la sua convivialità informale permette di rompere gli steccati del lavoro, dell’età, della provenienza. Un posto dove sia possibile ritrovarsi a cena e lasciarsi contagiare dalle attività del vicino, in un costante scambio di suggestioni e competenze.

“Per certi versi i meccanismi dell’autogestione sono simili alla roda di capoeira: ci sono io, l’istruttore, il più esperto nella disciplina, ma poi c’è la musica, dove sono altri a spiccare, o il cibo, quando capita di fare una cena brasiliana, oppure un evento di promozione, dove chi ha esperienza organizzativa o di elaborazione grafica o altre attitudini diventa centrale al successo della serata. Alla fine, la roda di capoeira è una comunità di pari dove ciascuno impara dagli altri qualcosa ogni giorno, in un confronto continuo.”

Il gruppo diventa così un prolungamento della propria individualità in una dimensione diversa. L’ingresso nella comunità di capoeiristi si chiama batezado proprio perché si nasce a una nuova vita, una vita insieme, e come in un battesimo vero e proprio si riceve un nome: Giuliano ad esempio è Elétrico, e lo è davvero, snello e guizzante come una scarica di energia; ma poi ci sono Panda, Cobra, Macaco, Aguaviva, Profesor, Biriba, Diamante e così via, ciascuno e ciascuna con il proprio portato di esperienze riconosciuto e aggregato in un grande evento annuale, dove un Mestre viaggia dal Brasile fino in Italia per accogliere i nuovi arrivati.

Perché tutto questo funzioni è necessario però sviluppare un’economia dell’ascolto in grado di ricevere gli stimoli che provengono dall’esterno ed elaborarli a livello personale e collettivo, uscendo fuori dal meccanismo della delega.

Come nella roda, così a Scup. Essere nati da una palestra popolare ci ha insegnato forse soprattutto questo, ad amalgamarci come comunità, perché gli sport che pratichiamo spesso travalicano i confini puramente fisici della loro disciplina ed esondano nella vita quotidiana, educandoci con le loro pratiche alla relazione con gli altri.

Mentre allineo i libri nelle mensole di legno di una libreria sbilenca che ci siamo portati appresso a mò di biblioteca ambulante, la piazza si è animata. I passanti si fermano a osservare le forme di tai chi e i salti di parkour, e qualcuno si avvicina al banchetto per chiedere informazioni. Sto giusto spiegando che Scup è l’acronimo di Sport e Cultura Popolare quando noto che Giuliano sta per essere nuovamente risucchiato nella frenesia dei preparativi. Mi fa un cenno con la mano, come a dire: “a dopo”. Io lo guardo e gli sorrido, sperando che mi veda mentre si allontana.

Scup come risposta alla monnezza

di Gaia Benzi, da CheFare

È giugno, fa caldo, sono le prime ore del pomeriggio. Robertino arriva trafelato, i capelli arruffati e il viso rosso per la fatica. È in anticipo ma si sente in ritardo, e invece di salutare dice “scusa” alle persone che incontra. Sorride e non si ferma, ha fretta, guizza via, e in un attimo sparisce dentro il capannone.

Fuori, sul marciapiede, siamo in tre quattro, intenti a osservare un mucchio di roba ammassato accanto alla serranda principale, gli ultimi doni che generosi romani ci hanno lasciato nella notte. Contiamo, in ordine: un materasso sfondato; la tavoletta di un water, rotta; la testiera di un letto per bambini; scaffali in alluminio; lo scheletro di una lavastoviglie o di una lavatrice, non si capisce bene; dei panni infangati, forse lenzuola.

Carlo afferra la testiera, è di legno massiccio e scuro, pesante e solida. Negli ultimi giorni abbiamo perso lo striscione perché il vento ce l’ha tirato giù, si è sbrindellato e ora è inservibile. Carlo guarda quel pezzo di legno e dice che ci serve una nuova insegna, qualcosa da mettere fuori quando siamo aperti. Sofia annuisce, “vado a prendere l’alcol per pulirlo”, e quando torna qualcuno ha già tirato fuori il temperino e iniziato a incidere la traccia della parola: SCUP.

scup

Scup è l’acronimo di Sport e Cultura Popolare. È un centro polifunzionale autogestito, che offre servizi professionali a prezzi popolari. È una palestra e un laboratorio artigianale, un mercato mensile eco-solidale, una biblioteca e un presidio culturale di Roma. È composto da precari dello sport e della cultura, professionisti di vari settori che dal 2012 hanno messo insieme le loro competenze ed esercitano lì il proprio lavoro.

Un tempo si trovava in via Nola, finché il 7 Maggio 2015 è stato sgomberato dalle ruspe, diventando un cumulo di calcinacci. Allora un grande corteo ha attraversato il quartiere e ha camminato a lungo, e a un certo punto si è fermato in una via, decidendo che quella sarebbe stata la sua nuova casa.

Quella via si chiama via della Stazione Tuscolana, ed è una strada di passaggio in cui non c’è niente, una bretella di collegamento fra le due consolari Tuscolana e Casilina. Nessuno la imbocca a piedi volontariamente, e se lo fa di solito è perché si è perso, o sta seguendo le indicazioni di Google Map sul cellulare, salvo pentirsene subito dopo: si sa che i navigatori conoscono le strade, ma non hanno idea di cosa significhi percorrerle.

E percorrere via della Stazione Tuscolana è un’esperienza brutta, di quelle che ti fa cambiare marciapiede e imboccare la prima a sinistra per evitare le pile di vestiti, mobili e rifiuti vari ammonticchiati ai margini, l’asfalto spaccato dalle radici degli alberi e le cacche di cane a mo’ di pietre miliari. Da un lato un lungo muro separa la strada dai binari delle ferrovie, il fischio dei treni in transito fa sobbalzare chi non se lo aspetta. Si attraversa e si va dall’altra parte, su via della Stazione Tuscolana, perché non si sopporta la puzza di piscio e a volte si ha la netta sensazione, soprattutto di notte, che potrebbe succederti un po’ di tutto, e nessuno se ne accorgerebbe.

Ma se, con grande determinazione, la si percorre fino a metà, dal 7 Maggio 2015 qualcosa infine la si incontra, e questo qualcosa è Scup.

Visto da fuori, Scup è indistinguibile dalle macerie che lo circondano. Anche quando una delle serrande è alzata in segno di apertura, l’impressione che se ne ha è che l’insegna sia lì per sbaglio, una cosa vecchia buttata in mezzo ad altre cose vecchie. Poi si entra, e lo scenario cambia, poliedrico, muta costantemente col variare delle stagioni e delle ore del giorno.

A volte è pieno di gente e fa caldo anche se è inverno, perché i corpi ammassati nei lunghi tavoli da osteria combattono il freddo col loro tepore naturale. Le persone siedono vicine e parlano fitte, coprendo di chiacchiericcio la musica in sottofondo.

Le mattinate e le domeniche, invece, è pieno di bambini, e di adulti poco cresciuti, riuniti intorno a uno spettacolo di maschere o a un laboratorio di fai da te. I capannoni rimbombano delle urla acute dei piccoli e delle risate dei genitori in libera uscita, specialmente quando c’è mercato e gruppi di vecchi amici si ritrovano dopo tanto tempo.

Durante i lunghi pomeriggi infrasettimanali capita spesso di incontrare persone più anziane, che abitano in zona e sono venute a prendere un tè. Se poi fanno parte di comitati e associazioni, attorno gli stessi tavoli da osteria dove gli amici chiacchieravano la sera prima si svolgono lunghe riunioni sui problemi del quartiere, mentre gli atleti escono dalla palestra e fanno capannello poco distante. C’è sempre qualcuno che arriva senza sapere bene cosa aspettarsi, e il primo gesto che fa è guardare in alto, verso le travi di metallo del tetto da cui pende un’enorme tela cerata di colore blu, a metà fra una grondaia e un’installazione artistica.

Ma la verità è che non si ha nessun motivo per entrare in quei capannoni, a meno di non conoscerli già, perché Scup è circondato dalla mondezza. La mondezza c’era anche dentro, all’inizio, ed è stato difficile e faticoso raccoglierla nei sacchi neri condominiali e chiamare l’Ama perché se la venisse a prendere. È stato possibile solo grazie a decine di persone coperte di tute bianche e mascherine in faccia, che in quei primi giorni di Maggio hanno tirato fuori le scarpe vecchie dall’armadio e sono venute a darci una mano.

Quindi potrei stare qui a spiegare che Scup è nato come risposta alla crisi attraverso un piano di mutualismo, servizi, reddito e condivisione, perché l’economia il territorio il welfare etc., e forse andrebbe bene anche così; ma a essere onesti Scup, come ogni spazio sociale recuperato, nasce dalla mondezza. È una risposta alla mondezza, un elemento trasformativo che si occupa della mondezza della città, occupandola.

Tuttavia, non bisogna pensare che la mondezza sia solo materiale, come fossimo un gruppo di netturbini volontari pronti a raschiare via ogni adesivo dai pali della luce con solerte e indomabile dedizione. Quando parlo di mondezza mi riferisco a tante cose, come all’isolamento, per dirne una, che è una specie di mondezza dell’anima. L’isolamento della via, il fatto che fosse abbandonata, che ci venissero soltanto le coppiette a sbaciucchiarsi e la scuola guida a fare gli esami. E soprattutto l’isolamento di chi ci finisce, in quella via, ed entra a Scup, perché un amico un fratello un conoscente gliene ha parlato, o ha visto la locandina da qualche parte, e appena entra ha subito l’impulso a raccontarti la sua storia.

È la cosa che capita più spesso, a Scup, che qualcuno si avvicini e si metta a parlare di sé, come una diga che si rompe per la troppa pressione. Si tratta di persone di tutti i tipi, che negli anni hanno visto calare il loro potere d’acquisto e quindi hanno bisogno di risparmiare sulla palestra, o sul corso di francese, o che magari un potere d’acquisto non ce l’hanno mai avuto, e dunque non sanno che farsene, per dirla in breve, della cosiddetta società dei consumi.

Ti siedi con loro e li ascolti parlare. Siamo tutti a vario titolo precari o disoccupati, e sembra che nel tempo abbiamo maturato, ciascuno con la sua dose di buone ragioni, la convinzione che i nostri fallimenti siano frutto di incapacità personali. Eppure, nel dirselo insieme, in quel momento, a Scup, acquistiamo coscienza del fatto che di quei fallimenti non possiamo rivendicare un’esclusiva proprietà. E forse non è nemmeno corretto definirli fallimenti tout court, forse si tratta semplicemente di mondezza mentale, da mettere in circolo e trasformare.

Così come quei capannoni non sono affatto luoghi del degrado urbano ma, al netto del sudore della fronte e di una buona dose di immaginazione, sono una sala per le prove teatrali e un’hosteria in costruzione, un corso di break-dance e il vino dei Castelli versato nel tuo bicchiere direttamente dal produttore, che ne parla commosso mentre tu ti ubriachi.

Nei comunicati scriviamo che è stata la crisi a far scattare la molla di Scup, ed è corretto e allo stesso tempo riduttivo. La crisi ci ha semplicemente portato a condividere il disagio che fino a quel momento eravamo costretti a provare ciascuno singolarmente, e a convertire quel disagio in un progetto di riscatto.

Per questo non avevamo paura della mondezza che abbiamo trovato quando siamo entrati, né abbiamo paura di quella che ci circonda oggi, sparpagliata fuori dai capannoni in ristrutturazione. Abbiamo capito che la mondezza è il minimo comune denominatore di una città abbandonata a se stessa, e come tale va accolta e compresa.

Smaltire la mondezza significa in fondo solo raccoglierla e spostarla da un’altra parte. Riciclarla, invece, somiglia di più a un processo poetico, nel quale uno sguardo inattuale è in grado di vedere la bellezza là dove gli altri vedono soltanto degrado e deformità.

“Poeticamente abita l’uomo su questa terra”, cantava Hölderlin, e poeticamente ci abita ancora, quando se ne ricorda, andando a caccia di parole nuove, di un nuovo immaginario che trasformi la mondezza in qualcos’altro: una fabbrica urbana che converta materia in energia. Che la materia sia poi un libro o corso sportivo, un concerto o una proiezione cinematografica, una riunione o la testiera di un letto, poco importa. Sarà indifferente, nei momenti di lotta come in quelli di svago. Saranno energia anche le chiacchiere fatte ai margini di eventi gremiti di solitudini che, pure se non combaciano mai perfettamente, almeno si incontrano e si riconoscono.

Oltre una normalizzata efficienza

"L'università di Warwick, nel nord dell’Inghilterra, è immersa nella verdissima campagna inglese. D’inverno le temperature rigide e l’umidità oltre il cento per cento ne costringono la vita sociale dentro palazzoni di cemento armato, con grandi vetrate che catturano le poche ore di sole a disposizione. L’aspetto è sgradevole, ma funzionale. L’intero campus si snoda per chilometri in una planimetria ondulatoria e geometrica insieme, costellata di stradine alberate e panchine e ampi prati a separare gli edifici che ospitano le facoltà, ed è, nel complesso, il tentativo mal riuscito di riprodurre una città in miniatura.

Scup è un progetto di alternativa che si è fatto comunità. cheFare ospita una serie di articoli che ne raccontano la storia attraverso la voce dei suoi attivisti.

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