Il destino di ATAC e l’assenza del Comune

di Gaia Benzi [questo articolo è tratto da Dinamopress.it al seguente link]

Mentre la città di Roma si prepara il prossimo 3 giugno al referendum sulla privatizzazione di Atac, i magistrati del Tribunale Civile bocciano il concordato preventivo presentato dall’azienda a gennaio facendo emergere in primo piano le responsabilità dell’amministrazione comunale.

Un avvertimento informale: questa sembra essere la sostanza del decreto di convocazione inviato dai magistrati del Tribunale Civile al Comune di Roma, che di fatto “boccia” il concordato preventivo presentato da Atac lo scorso 27 Gennaio.

Nella nota di convocazione dell’udienza, prevista per il 30 Maggio, i giudici Antonino La Malfa, Lucia Odello e Luigi Argan hanno infatti espresso numerose riserve sulle misure di risanamento proposte da Atac nel concordato, reputato “inidoneo” e approssimativo. I punti critici, riassunti dal Corriere della Sera in un articolo a firma di Ilaria Sacchettoni, riguardano soprattutto la vaghezza degli interventi individuati dall’azienda capitolina come centrali per il rilancio dell’azienda.

In particolare, la nota dei giudici si concentra sull’assenza di un piano concreto di finanziamento per i due provvedimenti che la partecipata dichiara di voler mettere in campo al fine di incrementare gli introiti: l’aumento dell’offerta chilometrica – al quale sarebbe da aggiungere l’aumento della velocità dei mezzi, con la creazione di nuove corsie preferenziali – e un nuovo modello di manutenzione, che però non viene specificato in cosa consista.

Su quest’ultimo punto, però, si sa già che il vecchio modello non è più in vigore: è infatti notizia del 9 marzo che i 140 lavoratori della Corpa, società privata a cui Atac ha affidato il servizio in questi anni, sono stati licenziati a seguito di un mancato accordo fra la Corpa stessa e Atac per il rinnovo dell’appalto. Lo scorso 16 marzo si è tenuto un incontro in Campidoglio fra i rappresentanti dei lavoratori e l’Assessora alla Mobilità Linda Meleo, che però non ha portato a soluzioni definitive. L’unica proposta attualmente avanzata, e cioè quella di avviare corsi di formazione per aggiornare il personale interno all’azienda, è stata fortemente criticata dai sindacati, che invece denunciano una carenza cronica di personale.

Immersi in questo limbo, l’unico dato certo è la brutale interruzione del servizio che, oltre al danno subito dai lavoratori – già provati da mesi di pagamenti a singhiozzo, ha portato a un peggioramento notevole della mobilità cittadina, fatta di mezzi vecchi e fatiscenti che si rompono spesso e volentieri, e che dal 9 marzo non hanno più nessuno che li ripari.

L’assenza di prospettive concrete per il futuro va dunque a gravare su una gestione dell’esistente  disastrosa, che a un pessimo rapporto con i lavoratori, costretti a continui scioperi anche solo per vedersi pagato lo stipendio, aggiunge il taglio delle corse e delle linee per mancanza di mezzi e personale, con un conseguente rallentamento del servizio.

A questi elementi va aggiunto un altro, incomprensibile tassello, riportato in data 25 marzo dalle pagine romane del quotidiano La Repubblica: il silenzio comunale sul Programma Operativo per la mobilità finanziato dalla Regione Lazio con i Fondi Strutturali Europei 2014-2020.

Il cosiddetto POR FERS della Regione prevede infatti finanziamenti per oltre 15 milioni, in favore della mobilità sostenibile nell’area urbana e metropolitana di Roma. In preventivo, anche  l’acquisto di 65 autobus Euro6 per il rinnovamento della flotta e interventi sul sistema informatico (ITS) per la semaforistica intelligente. I Fondi Strutturali Europei non solo potrebbero essere una boccata d’ossigeno per l’azienda in forte crisi, ma potrebbero addirittura permettere il finanziamento di progetti e proposte portate avanti in questi anni dalla cittadinanza attiva.

Purtroppo, nel 2014, la Regione fu sorda alle richieste provenienti dal basso e le associazioni e i comitati di cittadini furono esclusi dal percorso, malgrado la loro inclusione fosse prevista e anzi caldeggiata dal Regolamento Europeo sulla Partecipazione.

In ogni caso, quei fondi sono stati stanziati e sono oggi finalmente disponibili. Eppure l’Agenzia della mobilità del Comune di Roma non ha ancora dato il via libera al loro trasferimento dalla Pisana, dando quasi l’impressione di voler rinunciare a questi ghiotti finanziamenti a perdere che l’Europa ci mette a disposizione.

Con un silenzio che in questo caso non è affatto assenso, il Comune di Roma sembra non essere interessato ai soldi da investire sulla mobilità romana. Lo stesso atteggiamento incomprensibile è stato infatti tenuto dall’Assessora Linda Meleo lo scorso 22 marzo, che ha disertato la riunione col Ministero dei Trasporti nella quale si sarebbero dovuti sbloccare i finanziamenti per il completamento della Metro C – in particolare per l’apertura delle stazioni San Giovanni e il completamento di Ambaradam e Colosseo. La notizia è stata poi commentata dalla stessa Meleo, che ha dichiarato di non essere mai stata invitata alla suddetta riunione. Ma, anche in questo caso, l’impressione più forte che se ne ricava è quella di una generale disorganizzazione e una scarsa propensione al confronto da parte del Comune.

Il quadro che emerge è quello di un’amministrazione assente, impreparata, confusa, e soprattutto sorda alle richieste di utenti, lavoratori, e delle stesse istituzioni. Il tutto mentre la città, ormai esasperata e abbondantemente disillusa, si appresa a votare il prossimo 3 giugno un referendum su un’eventuale privatizzazione di Atac, che, al di là del merito, rischia di configurarsi come un redde rationem sull’operato capitolino.

Escursione resistente sul Monte Tancia

Ricorre quest’anno il 74mo anniversario della battaglia del Monte Tancia, una tappa ormai fondamentale nell’ambito delle tante iniziative incentrate sulla memoria storica e sull’antifascismo che caratterizzano il periodo primaverile nella città di Roma.

Il 7 Aprile del 1944 il Monte Tancia, nei dintorni di Poggio Mirteto, fu teatro di una durissima battaglia tra le forze della resistenza e quelle nazi-fasciste. Sul luogo, nel corso dei mesi immediatamente precedenti, alle forze partigiane sabine se ne erano aggiunte altre provenienti da Roma, al punto da renderlo in breve tempo uno dei capisaldi della resistenza romana e laziale. Proprio per questo fu oggetto di un attacco in grande stile da parte di reparti nazisti e fascisti: all’alba del 7 Aprile un’intera divisione di soldati dell’Asse cominciarono a stringere un cerchio di morte intorno al nucleo partigiano. La battaglia fu durissima. Spezzato l’accerchiamento, le forze partigiane riuscirono a fuggire, ma alcuni, rimasti indietro a difendere fino all’ultimo la postazione, furono trucidati sul posto. In seguito al fallimento dell’operazione, le forze nazi-fasciste si vendicarono delle perdite massacrando partigiani e civili rastrellati nei paesi limitrofi della Sabina.

Sabato 7 Aprile andremo sul Monte Tancia, ripercorreremo i luoghi di quella battaglia, ricorderemo le vittime del nazifascismo, celebreremo gli eroi della resistenza, quelli di ieri come quelli di oggi. Sì perché la resistenza non è solo un momento fondamentale della nostra storia passata, ma lo è anche di quella
presente e futura. Resistenza è qualcosa che viviamo tutti i giorni, nelle nostre lotte quotidiane, nei nostri territori, nei nostri spazi, nelle nostre iniziative e attività.

Invitiamo chiunque ne abbia voglia, realtà sociali e politiche, personalità e singoli, a sostenere l’iniziativa e a unirsi a noi. L’appuntamento è alle ore 10 di Sabato 7 Aprile presso la piazza di Poggio Mirteto.

Subito dopo l’escursione sarà inoltre possibile mangiare tutte e tutti insieme presso il Rifugio Alveare dell’APE (Associazione Proletari Escursionisti) sez. Roma, sito nelle immediate vicinanze del Monte Tancia. Saranno a disposizione braceri e tavoli, da portare carne o pranzo al sacco. 

CSOA La Torre, CSOA Spartaco, SCUP! – Sport e cultura popolare

Costruire antifascismo oltre l’emergenza

di Gaia Benzi

[Questo articolo è tratto da nazioneindiana.com: per la lettura di questo e di altri contenuti rimandiamo al seguente link]

Siamo messi più o meno così: negli scorsi anni di fascismo si parlava come di una cosa morta e sepolta, l’antifascismo sembrava essere superfluo e fuori moda, e dominava la retorica degli “opposti estremismi”; oggi le imprese fascioxenofobe dei militanti di estrema destra hanno conquistato le prime pagine dei giornali, con un effetto cassa di risonanza che non si capisce quanto sia voluto, e quindi criminale, e quanto sia solo incosciente idiozia. Il dibattito pubblico è schiacciato sugli ultimi eventi, che si pretende abbiano impresso il segno del paradigma. Tutto sembra essere, come al solito, un’emergenza: l’emergenza democratica, l’emergenza fascista, la conseguente emergenza antifascista. E noi scivoliamo, ancora una volta, lungo la china politica e comunicativa che ci impone il carosello elettorale, e che ormai dovremmo conoscere bene.

Ma il neofascismo non è mai stato un’emergenza: è un fenomeno presente da anni e da anni denunciato, con costanza, da pochi. Trattarlo come tale rischia solo di dare vita ad analisi sbagliate che, se da un lato ingigantiscono il problema, dall’altro non arrivano a comprendere come dove esattamente il neofascismo stia davvero mettendo radici. Siamo stati chiamati a prendere parte, e ci siamo riscoperti partigiani; ma per costruire argini alla barbarie, forse, la prima cosa da fare è proprio rifiutare la logica emergenziale di questa chiamata, non accontentarci più di rispondere agli stimoli esterni e iniziare ad elaborare, invece, strategie di lungo corso.

Parto da me e dalla mia esperienza, mettendo sul piatto qualche spunto di riflessione. Sono nata e cresciuta e attualmente vivo in uno dei quartieri apparentemente più neri di Roma, l’Appio Latino, scenario che ha fatto da sfondo alla famosa, lugubre e annuale sfilata commemorativa di Acca Larentia il 7 gennaio, con tanto di saluto romano a congedo. Quando esco dal portone sono circondata da svastiche e celtiche e scritte in fasciofont, prodotto delle sezioni dei vari partitucoli neofascisti della zona. E ogni giorno provo, in questo scenario di svastiche e celtiche, a fare politica insieme ad altre e altri, parlando di accoglienza, mutualismo e solidarietà. Forse come curriculum non è granché, ma un paio di cose mi sento di dirle.

Innanzitutto, ci tengo a dire che, persino nelle loro roccaforti, i fascisti veri e propri, cioè i militanti delle sezioni dei partitini fascisti, sono ancora pochi. Sempre troppi, certo, ma ancora pochi. I loro asset principali sono i soldi e il tempo da perdere, oltre a una notevole dose di fanatismo. Se oggi vediamo aumentare i loro simpatizzanti è perché da almeno dieci anni stanno investendo con ampiezza di mezzi principalmente in due settori: la legittimazione culturale, e il reclutamento dei giovani. Un lavorio costante, sottotraccia, che ha saputo fiutare il vento nero dell’Europa di questi anni e spera ora di cavalcarlo, cosciente che la destra, anche estrema, è elemento appetibile soprattutto per le nuove generazioni: l’unica facile alternativa di ribellione in un panorama dove ogni alternativa sembra aver cessato di esistere. Un decennio – o forse di più: un ventennio, un trentennio – in cui nel frattempo la sinistra istituzionale scompariva e quella di movimento veniva massacrata in tutti i modi possibili e immaginabili, e ridotta a un lumicino.

E così, mentre l’antifascismo era sempre meno attrattivo, sempre più appannaggio di gruppi ristretti “ancorati al passato”, e veniva delegittimato nel discorso pubblico, il fascismo diventava cool, e al giorno d’oggi può capitare di sentirsi dire da uomini e donne di sedicente sinistra (intellettuali, giornalisti, persino scrittori) che “questa cosa se la fanno i centri sociali non mi interessa, se la fa CasaPound sì”. Ormai il fascismo è “di moda”, come scrive giustamente Raimo su Internazionale.

Ma anche se apparentemente ripuliti, anche se ancora attualmente pochi, i fascisti restano comunque pericolosi. Non sto qui a fare l’elenco delle aggressioni degli ultimi anni, che fortunatamente sta circolando da giorni nella mediosfera italiana – e che ogni tanto sarebbe carino fosse ripreso pure dai giornalisti che ospitano questi “democratici figuri” nei loro studi. Mi limito, ancora una volta, a ciò che conosco, all’Appio Latino, dal quale partivano le macchine cariche di minorenni dirette verso i quartieri multietnici di Roma per i cosiddetti banglatour, veri e propri riti di iniziazione fascistabanglatour sarebbero i pestaggi collettivi, avvenuti a partire dal 2013, di immigrati provenienti dal Bangladesh, individuati sulla base di criteri etnici, scelti in quanto poco robusti e poco inclini alla reazione fisica e alla denuncia. A dimostrazione del fatto che le aggressioni su base etnica non sono cosa recente, e anzi vanno avanti indisturbate da tempo: la punta di un iceberg fatto di intimidazioni quotidiane, in particolare tra le studentesse e gli studenti delle medie superiori, tra le straniere, i neri, le trans, i “diversi” di ogni sorta.

A un quadro siffatto va aggiunto il clima del paese, dove il lessico e la postura fasciste sono ormai sfacciatamente sdoganate, e la xenofobia è diventata senso comune. Un clima alimentato ad arte dai nostri governanti, che nel fomentare le destre e i loro argomenti trovano un facile espediente per deviare la rabbia sociale. Ed è in virtù di questo clima se ora i fascisti, noti vigliacchi, si sentono legittimati ad alzare la testa.

Un doppio binario che, pur con i suoi intrecci e la sua complessità, va tenuto ben presente da chi pratica l’antifascismo. Sorgono manifestazioni di protesta dopo anni di silenzio – e che si diffondano e si moltiplichino ogni giorno di più. Con la consapevolezza, però, che l’antifascismo tradizionalmente inteso come contrapposizione diretta e scontro frontale potrebbe non essere più sufficiente.

Me ne accorgo quando incontro le persone per strada, durante i banchetti o la distribuzione di volantini, e cerco di instaurare con loro un dialogo fatto in verità soprattutto d’ascolto. Ogni volta c’è chi si ferma a chiacchierare, a inveire, chi si lamenta, chi ti manda affanculo, ma comunque si finisce a parlare, e ogni volta mi rendo conto con rammarico che le parole d’ordine dell’antifascismo fanno riferimento a una tradizione politica che, per varie ragioni, non esiste più. Per questo anche le iniziative antifasciste all’apparenza più lodevoli e, diciamo così, “d’impatto”, se prive di un radicamento territoriale rischiano di essere percepite come “guerra tra bande”. E la contrapposizione sul piano chiamiamolo militare – di forza bruta, fatta di azioni che si concentrano principalmente sui partitini dichiaratamente fascisti, che vanno braccati e ostacolati e sfidati pubblicamente – risulta spesso incomprensibile nelle pratiche a una maggioranza silenziosa non fascista che pure potrebbe e dovrebbe essere inclusa nel discorso. Un antifascismo dal retrogusto machista, che rischia di essere indistinguibile a un occhio esterno.

In generale, il limite più grande sul quale sento di fare serena autocritica riguarda la natura stessa della risposta antifascista, che sempre più spesso si configura come rincorsa sui loro temi, presa di parola ex-post,viene cioè dopo qualcosa che i fascisti fanno, nel tentativo di recuperare il terreno perso mentre continuavamo a dividerci in micropartiti e aree politiche, indebolendo così le nostre stesse file. Tenendo a mente il doppio binario di cui sopra, e il fatto incontrovertibile che le manifestazioni prima o poi finiscono, e bisogna tornare a casa, mi sembra che oggi ci sia bisogno soprattutto di potenziare quei ragionamenti e quelle pratiche che si concentrano nell’attaccare il retroterra che gonfia le vele delle destre: ragionare, cioè, su come levare ai fascisti il terreno sotto i piedi.

Una volta ho sentito dire da un compagno molto più in gamba ed esperto di me che “se vuoi fare antifascismo nel quartiere, apri una palestra popolare”. Molte realtà nate dal basso riescono ad operare in contesti difficili (leggi: periferie abbandonate a se stesse, territori dell’estrema destra, territori di mafia) perché interpretano l’antifascismo su un piano sociale e culturale – che poi è lo stesso piano su cui stanno investendo loro. Le iniziative di piazza – e i pranzi meticci, gli incontri pubblici, le passeggiate della memoria, i forum partecipati, le assemblee aperte, e chi più ne ha più ne metta – hanno quasi sempre al centro i bisogni di chi abita il territorio in cui si svolgono, e aspirano a coinvolgere le persone normali, non politicizzate. L’obiettivo è quello, a partire dai problemi e dalle necessità comuni, di ribaltare il discorso delle destre, e individuare cause diverse da quelle propagandate solitamente (gli immigrati, ad esempio, come fonte di ogni male). In queste occasioni magari non ci si pone esplicitamente contro i fascisti, ma ci si batte per qualcos’altro, e si mettono in circolo anticorpi al fascismo dando spazio ad altri modi di vedere il mondo.

Soprattutto – e forse è questo l’aspetto più importante – sono momenti in cui si riprende parola apertamente e pubblicamente, e si fanno emergere le alternative al discorso culturale fascista o ur-fascista che già ci sono, esistono e operano quotidianamente. Alternative molto più presenti e diffuse delle strutture fasciste, e che a differenza di queste non trovano mai spazio sui mezzi d’informazione mainstream.

Sono un’intercapedine nel discorso pubblico razzista e frammentato, spesso allergico a qualunque proposta portata avanti su base identitaria di contrapposizione frontale al fascismo e alle destre. Sono tentativi di parlare alle persone e di far parlare le persone tra loro, costringendole a incontrarsi per strada, coinvolgendo anche chi crede che i migranti ci levino il lavoro e i soldi, chi pensa che siano un problema concreto, chi straparla di degrado e sicurezza ed è completamente imbevuto della retorica dominante – in una parola: chi non la pensa come noi. È una zona grigia dove ci si sporcano le mani spesso e volentieri, e pezzo dopo pezzo si prova a erodere, come la goccia che scava la roccia, il consenso culturale delle destre.

Credo che, di fronte ai recenti fatti, sia ancora più impellente la necessità di allargare il fronte dell’antifascismo ed elaborare nuove strategie per arginare la barbarie. È un lavoro ancora tutto da fare, e da estendere a quelle categorie – le studentesse e gli studenti, gli uomini e le donne immigrate – che oggi sono vittime privilegiate delle azioni fasciste, per strappare pezzo a pezzo, territorio dopo territorio, con un processo costante e capillare di ricostruzione del tessuto sociale, il terreno culturale imbevuto di solitudine, disagio e intolleranza in cui le destre e i fascisti scorrazzano indisturbati. Costruire, più che distruggere, sembra essere oggi la sfida dell’antifascismo.

 

PS: Nell’Appio Latino, quartier generale di Forza Nuova, ultimamente colonizzato anche da Blocco Studentesco – propaggine giovanile di Casa Pound, negli ultimi trent’anni la destra ha sempre perso le elezioni. Giusto per dire che le apparenze a volte ingannano, e i margini per costruire una resistenza alla barbarie ancora ci sono. Solo, non vanno sprecati.

 

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Gaia Benzi è dottoressa di ricerca in Italianistica e attivista di Scup – Sport e Cultura Popolare. Ha scritto per Micromega, CheFare e Dinamopress.

[Foto: stella in onore del partigiano Paolo Morettini, situata sul Monte Tancia in Sabina, luogo di una delle sue tante battaglie.]

Fish & Beats – cena di pesce e note musicali di gusto

Il Fish&Beat è: una buona cena di pesce, un bicchiere di vino attorno a un tavolo e della buona musica non sono un lusso.
Un’appuntamento settimanale per alimentare l’autofinanziamento per la (interminabile 🙂 ) opera di ristrutturazione degli spazi, ma senza entrare in logiche commerciali, un poco alla volta ogni settimana.
L’accesso è gratuito anche nel post cena (a meno che non ci siano concerti o ospiti), in cui si alternano alla consolle ospiti Masterchef, per dj set in cui ascoltare, ballare, e conoscere buona musica, e stimolare curiosità verso nuove sonorità.
La nostra ambizione è nei prossimi mesi, completare la ristrutturazione degli spazi, e dotarli di una sala adeguata per ospitare prove, spettacoli e concerti.

Ogni venerdì dalle h 19 le note musicali per palati eclettici, a cura di Mondo Groove Barricade, la nostra non-crew di non-dj, accompagneranno i piatti a base di pesce a cura dell’ Hostaria Agli Scuppiatti.