Lavoriamo per fare comunità

da ComuneInfo

In quest’estate lugubre di decreti sicurezza e crisi di governo, Scup va controcorrente, e una volta tanto non piange ma festeggia: dopo quattro occupazioni e due sgomberi, il progetto di Sport e Cultura Popolare nato a via Nola 5 ha finalmente trovato un riconoscimento formale, ottenendo il comodato d’uso gratuito dello stabile di proprietà RFI di via della Stazione Tuscolana dove attualmente si trova. E non solo: a fine luglio la proprietà ha avviato il cantiere di bonifica del tetto in amianto, un problema di salute pubblica molto sentito dagli abitanti della zona e a lungo rimandato.

Tutte ottime notizie, si direbbe. Eppure. Eppure abbiamo quella strana attitudine a non riuscire ad accontentarci se attorno a noi c’è qualcuno che soffre. E forse è per questa nostra caratteristica, questo tratto antropologico che ci limita nel godere del momento, che facciamo fatica a celebrare un risultato importante, tanto più per un piccolo gruppo di persone che ha dedicato tempo e energie ad un progetto collettivo, portando il peso di una sfida piena di insidie senza nessuna garanzia del risultato – com’è sempre in questi casi.

Veder legittimata la nostra azione politica di rivendicazione, attraverso la pratica dell’occupazione di uno spazio abbandonato è stato un risultato importante, in uno scenario cittadino in cui questa stessa pratica viene attaccata e messa sotto accusa, sotto sfratto, sotto sgombero, quale che sia il suo valore sociale e la sua utilità per il tessuto urbano nella quale si è radicata ed è fiorita negli anni. Nel nostro caso né il Comune, né il Municipio VII, né l’azienda RFI hanno trovato argomenti contro la bontà del progetto, riconoscendo implicitamente come legittima l’azione di rottura che ha portato all’occupazione – peraltro nata da un corteo di solidarietà dopo il precedente sgombero.

Ma questo risultato è allo stesso tempo angusto per un’esperienza multiforme come la nostra, e la forme giuridiche del comodato d’uso a scadenza e dell’associazione di promozione sociale chiaramente non bastano a contenere un progetto come Scup – che è mutualistico, sportivo, politico, sociale, culturale e cooperativo insieme.

Una politica, quella di RFI, che, nonostante le sue grosse criticità, è certo più definita di quella confusa con cui la città di Roma ha normato nel corso delle diverse amministrazioni questo tipo di esperienze, che in alcuni casi hanno una storia pluridecennale. Esperienze che hanno riqualificato, tenuto in vita e rigenerato spazi altrimenti abbandonati, creando in molti casi realtà solide e vitali, laboratori, esperimenti, hub di partecipazione e servizi, migliorando i territori in cui si sono inserite, e a cui oggi si chiedono affitti, risarcimenti, e ovviamente lo sgombero dei locali. Si potrebbe pensare che il problema di questi spazi sia la legalità, la linea di confine tra lecito e illecito, ma  sarebbe andare fuori strada: persino l’attivismo civico, oggi, risulta appesantito da costi e trafile burocratiche, e a prendersi cura di una fazzoletto di verde o a spalare l’immondizia davanti il portone di casa si rischiano multe salate.

Ma a chi, a cosa serve questa benedetta e restaurata legalità? Dopo uno sgombero, nella stragrande maggioranza dei casi, l’immobile un tempo occupato resta vuoto per anni. Marcisce, decade, va in rovina. Per certi versi, si accoda al destino di Roma, città delle rovine e degli immobili abbandonati, che si tratti di vecchie strutture pubbliche o di enti che così gestiscono il loro patrimonio, o di complessi industriali e agricoli ormai in disuso, o di immobili di grandi e piccole società private, che ne traggono un vantaggio economico anche tenendoli vuoti nel meccanismo di rendita e speculazione finanziaria.

Ma le aree abbandonate e in disuso generano desolazione e sconforto, il famoso degrado – che altro poi non è se non solitudine, isolamento, inattività, le lenta morte del tessuto urbano definita  “sicurezza”. In questo caso, come nei problemi di natura ambientale (il tetto in amianto, ma anche la discarica, l’aeroporto, e così via), o nella mancanza di trasporti e servizi, l’uso della proprietà pubblica e privata risulta lesivo dei diritti fondamentali degli abitanti del territorio – tra i quali, è bene ricordarlo, rientra lo stesso diritto ad un’abitazione degna, ostacolato dal mercato e dalle politiche abitative pubbliche, che spinge le realtà dei movimenti per l’abitare a riempire i palazzi vuoti per soddisfare questo diritto.

È sulla base di questo ragionamento che si è avviato negli scorsi anni un dibattito sull’utilità sociale, sull’uso civico e sugli articoli 42 e 43 della Costituzione, che delineano i limiti che sono da imporsi alla proprietà privata. E di esempi in cui l’interesse privato ha prodotto pochi benefici e per pochi, e tante conseguenze dannose per tanti è purtroppo piena la nostra storia; la politica assiste a questi affari – in molti casi agevola, in alcuni lucra – e non è quasi mai in grado di appoggiare chi si mobilita per rivendicare quei diritti, mentre è costante la regressione di tutto ciò che è servizio pubblico.

Fortunatamente, nel micro avvengono tante piccole vittorie, ci sono laboratori urbani e territoriali, si attivano meccanismi di contrasto e costruzione di pratiche, di resistenza e alternativa.
È un mondo che conosciamo a Roma e in altri territori in Italia – uno su tutti, confermato in questo luglio, quello della ValSusa dei No Tav. E anche fuori dall’Italia, perché sono dinamiche presenti a tutte le latitudini, problemi che non hanno confini: come le merci che si muovono da un continente all’altro e ci raccontano delle contraddizioni che hanno come denominatore comune lo sfruttamento, l’interesse egoistico e prevaricatore che ammala e uccide vite, territori e ambienti.

Lo sfruttamento urbanistico è parte di questo sfruttamento generale. Eppure non saremmo completamente inermi: avremmo già diversi strumenti da poter applicare. Oltre ai già citati articoli della Costituzione si potrebbero mettere in campo azioni requisitorie per emergenze di ordine pubblico e pubblica sicurezza, per dare un tetto alle decine di migliaia di sfollati – tanti quanti sono gli sfratti per morosità incolpevole e richieste di casa popolare mai accolte – per mettere così, senza scuse, in primo piano, con tutta la sua drammaticità, la questione abitativa.

Ma nessun pezzo dello Stato lo fa, in nessun forma, che sia dissuasiva o incentiva con politiche fiscali, che sia amministrativa, che sia di investimenti pubblici; l’unica formula è quella del non esserci, di tagliare. E quando c’è, c’è solo per essere debole con i forti e forte con i deboli, e incrementare, a colpi di decreti, le armi a disposizione per aumentare la repressione del dissenso. Non ci si pensa due volte a manganellare un presidio, contro una discarica o contro un licenziamento di massa; ma ci si guarda bene dallo scagliarsi con la stessa violenza contro gli atti criminali di persone potenti.

Così, se ci è chiaro che questa vittoria a via della Stazione Tuscolana è importante, non possiamo non leggere in essa il fallimento della politica istituzionale, e il fatto che come cittadini siamo soli nell’affrontare un quadro generale ben più complesso, dove sono indispensabili organizzazione, coraggio, partecipazione, mutualismo, cooperazione, moltiplicazione e messa in comune delle esperienze. Speriamo che la nostra vicenda sia da stimolo ad altri territori per attaccare il patrimonio inutilizzato di aziende ed enti che magari prevedono una politica di comodato. Siamo certi però, che nel momento in cui ci sarà un contrasto con gli interessi dell’azienda, molto difficilmente avremo lo Stato e l’amministrazione dalla nostra parte.

E quindi lavoreremo per essere una comunità sempre più ampia e sempre più intrecciata al territorio a cui si relaziona. Non possiamo non vedere che alla politica degli sgomberi bisogna sostituire un ragionamento per inquadrare in maniera virtuosa le esperienze positive ed elaborare un quadro normativo che favorisca gli slanci di collaborazione, di attivazione verso il patrimonio in disuso, per il quale le forme attuali di gestione amministrativa sono insufficienti e inadeguate, e spesso scollegate dalla realtà.

Bisogna colmare l’insufficienza della politica partitica e delle istituzioni amministrative, questo vuoto che si sta scavando tra i principi enunciati in Costituzione e la tragicità di una società attraversata da malessere, da violenza e sopraffazione. E riconoscerci in questo, riconoscere di avere uno spazio – tanti spazi, in realtà – che possono raccogliere e far maturare questi slanci. E organizzarsi, coltivare umanità e relazioni, per avere un paese aperto, luoghi aperti, porti aperti, parchi aperti, e chiudere il capitolo nero che stiamo vivendo.

Pratiche culturali: festival autogestiti

di Gaia Benzi, da CheFare

Nonostante l’aria di calma apparentemente piatta, sorniona come quei gatti da calendario che affollano l’ombra dei Fori, Roma è da sempre fucina di esperimenti culturali meticci. Si muove lenta ma inesorabile, oscillando fra il trash nazional-popolare e un inspiegabile infighettimento da eredi pigri e disamorati, scialacquatori di passate glorie.

In fondo è una capitale, e una capitale ha sempre qualcosa da dire. Fosse anche col suo silenzio – e non è questo il caso – direbbe comunque tanto, mettendo al centro del vuoto che ostinatamente produce l’attonita decadenza della civiltà occidentale.

Ciò detto, so bene che è Luglio, si muore di caldo, e siamo tutti stanchi. Non c’è molta voglia di massimi sistemi. A Scup, ad esempio, si è appena svolta la Festa delle Streghe, e bisogna mettere in ordine dopo i bagordi. Mentre cerchiamo di capire dove andranno posizionate le piante di lavanda che, come ogni anno, da decorazioni colorate passano ad essere elementi vivi cui trovare una sistemazione permanente, mi vengono in mente le mani al cielo e le grida della sera prima.

Quest’anno la Festa – giunta alla sua seconda, audace edizione – è stata concertata con varie realtà del quartiere. Inizialmente si sarebbe dovuta tenere in piazza ma si sa, manca sempre qualche carta, i permessi non arrivano, e poi il terrorismo, le sovrintendenze, etc.

In ogni caso, la Festa si è svolta lo stesso, al chiuso, e Scup era pieno di gente di ogni età che batteva le mani al ritmo degli stornelli intonati dalla Banda Jorona. Una signora non ce l’ha fatta e sul ritornello di Tanto pe’ canta s’è messa a piangere, “ma sai quanto tempo era che non la cantavo, pensa te, era viva la buonanima del marito mio”, e con la gamba stesa sulla panca davanti – “perché la sciatica non perdona signora mia” – continuava a sgolarsi tra le lacrime, in quel misto di ilarità e malinconia che viene volgarmente chiamato spirito popolare romano.

Tra vestitini estivi macchiati dal sugo al pomodoro delle lumache e occhi inumiditi dal nocino, forse un po’ commossi lo eravamo tutti: dal fatto che finisse l’anno con una gran festa, che iniziasse l’estate, che se stavamo a divertì, che era sera e faceva caldo ma se stava bene uguale, che cantavamo tutti insieme così, “un po’ per celia, un po’ per non morire”, tanto pe’ cantà.

La Festa delle Streghe è una festa popolare che ha vissuto ininterrottamente per secoli, mutando al mutare delle contingenze storiche. È ed è sempre stata un momento d’incontro carnevalesco e liberatorio, uno di quei lasciti che la tradizione consegna come guscio vuoto di contenuti e gonfio di simboli – le streghe, le scope, le lumache, gli stornelli e i panini con la porchetta –, una cosa che non sai bene che pensarne finché non la prendi in mano e provi a riprodurla. Da qualche anno questa tradizione era stata interrotta, e a Scup ci siamo fatti venire lo scrupolo di ripescarla dall’oblio e darle nuova vita.

Ma perché lo abbiamo fatto? Perché riprendere una tradizione popolare è importante per uno spazio sociale del XXI Secolo? Motivare una risposta facendo riferimento solo ai legami che abbiamo stretto col territorio sarebbe riduttivo, soprattutto considerando che non siamo gli unici, in città, a riproporre gli stilemi de ‘na vorta. Ne sono un esempio i ricchi cortei di Carnevale che si svolgono a Febbraio un po’ dappertutto, autogestiti e autorganizzati; le giornate al parco – o al lago, nel caso del Prenestino – promosse dalla Roma comune e comunitaria, comprensive di tutti gli elementi più folcloristici quali salsicce alla brace, musica all’aperto, spettacoli teatrali.

E questi momenti di piazza, queste occasioni festive che sbocciano come fiori ostinati nel cemento capitolino, sono spesso affiancate da altri tentativi, quotidiani e resilienti, di praticare cultura nei confini angusti della metropoli. Ma in che senso tutto ciò può essere definito popolare? Che vuol dire, come recita l’acronimo di Scup, fare cultura popolare oggi?

Non sono stata l’unica a chiederselo. Era Aprile, faceva ancora freschetto, e Scup aveva il piacere di ospitare il festival degli inchiostri ribelli Free Ink. Stretti sul piccolo palco rosso, rappresentanti di vari progetti culturali di Roma e non solo erano stati chiamati a confrontarsi sul tema delle “controculture”. Il microfono passava velocemente da una mano all’altra e al moderatore non rimaneva che seguire l’onda. Il pubblico ascoltava, stimolato e sorpreso: quando sulla locandina trovi scritto dibattito, non ti aspetti mai che i toni si scaldino per davvero.

Nell’aria aleggiavano parole come identità, autenticità, ibridazione, concetti astratti che tentavano di tracciare un quadro teorico di ciò che come spazi sociali mettiamo in campo tutti i giorni, o almeno di individuarne la vocazione comune. Sarebbe lungo riassumere qui una chiacchierata così intensa di oltre due ore, e però c’è un nodo che secondo me vale la pena trascrivere e riportare.

Il punto, diceva qualcuno, non è capire se con le nostre pratiche quotidiane o con i nostri festival autogestiti facciamo o no produzione culturale; quello, possiamo darlo per assodato. Il punto è: che tipo di cultura produciamo? Ambiamo a produrre una cultura di popolo, ma come si fa ad essere popolari se per popolare s’intende oggi una cultura di massa edonista, nichilista e spoliticizzata? Basta garantire dei prezzi accessibili e dei compensi equi? Oppure è necessario intraprendere un cammino di ricerca che ci porti non solo a ripensare il concetto di popolare in relazione alla cultura, ma soprattutto a immaginare daccapo l’intero meccanismo di produzione culturale, includendovi anche la quotidianità che fa da sfondo agli eventi. “Attingere alla vita per tornare alla vita”, ha poi concluso, prima di scusarsi perché forse non si capiva bene.

E invece chi si occupa di produrre e diffondere cultura questa tensione la capisce benissimo. Un tempo infatti nelle manifestazioni autogestite, organizzate da collettivi e strutture, si chiamavano sul palco artisti che nella loro carriera avevano dato spazio a contenuti politici, e su questa base si costruivano gli eventi – eventi accessibili, sociali, partecipati. Un sostrato e un panorama di riferimento comuni lo rendevano possibile. Ma oggi quest’approccio non basta più, e non è più popolare.

Il lessico dell’impegno politico è diventato stantio, è avvizzito. Lotta, conflitto, la stessa controcultura, non sono più parole del popolo, un popolo che s’è fatto pubblico, utente passivo di un servizio offerto. La vita, invece, cioè la vitalità generatrice tipica della tradizione popolare, è resa possibile solo da un atteggiamento attivo, dalla compartecipazione di artisti e fruitori nell’atto creativo, in un processo dove l’orizzontalità è un elemento centrale.

Quell’attingere alla vita è allora un modo per ripensare la natura del popolare in rapporto alla creazione e alla diffusione di cultura, a Roma come altrove, in tutti quei contesti che sembrano incastrati nella riproposizione coatta di modelli estranei al pubblico a cui si rivolgono e impiantati a freddo nei luoghi del consumo culturale, solo perché funzionano. Al contrario, la vitalità del popolare sta proprio nella capacità di conoscere, vivere e rispettare i luoghi del suo darsi, nel compatire una medesima condizione e condividere l’espressione che la descrive.

I contenuti artistici a cui oggi viene dato spazio in queste rassegne, dunque, non sono più di necessità immediatamente politici.

Del periodo precedente conservano soprattutto la libertà: dai legacci del tornaconto economico, ad esempio, grazie agli spazi sociali che spesso li ospitano, e dall’ansia del fallimento, in un processo di crescita che resta autonomo e sperimentale.

La vitalità artistica che ne deriva trova infine espressione nei grandi eventi culturali messi in piedi da quegli stessi spazi sociali che la nutrono ogni giorno: l’I-Fest al Nomentano, Logos al Prenestino, il Cinecittà Film Festival al Quadraro, il Free Ink e in piccolo la stessa Festa delle Streghe, solo per citarne alcuni – ce ne sono decine ed è impossibile nominarli tutti.

Si tratta di eventi in cui i mezzi di produzione della cultura sono in mano a una collettività, autogestita e autofinanziata, e rivendicano la loro centralità nel dibattito pubblico. Eventi in cui l’elemento politico non è più delegato al contenuto artistico, che spazia ovunque la vita porti la sua libera ricerca espressiva, ma risiede nella forma stessa dell’organizzazione e della produzione culturale, con una direzione comune, aperta e condivisa.

In questo processo allora non ha più senso parlare di cultura alta e cultura bassa, e non ha più senso nemmeno il termine controcultura: il mainstream ha ampiamente dimostrato di avere la capacità di impossessarsi di ogni nicchia di produzione culturale indipendente, in un processo di spoliazione continua dell’operato di attivisti e artisti emergenti.

La distinzione che ne nasce è semmai fra una cultura dall’alto e una cultura dal basso, dove, a fianco delle grandi (o piccole) manifestazioni promosse da enti, istituzioni, privati facoltosi, sta emergendo con sempre maggior forza un modello di produzione culturale in cui i meccanismi produttivi, la volontà politica e la creazione artistica sono intrecciate e interdipendenti.

Nei festival autogestiti a renderci popolo non è l’essere pubblico insieme, ma il prendere in mano l’espressione di sé e l’organizzazione stessa di quell’espressione: l’intero discorso attorno alla cultura.

Laboratorio permanente con Vladimir Olshansky

A Scup da ottobre 2018 a Giugno 2019 ospitiamo un Laboratorio intensivo all’interno del quale gli studenti svilupperanno i princìpi, i metodi e le tecniche e la loro applicazione nei diversi generi della Commedia fisica e del Teatro Visuale.
Il corso si rivolge ai professionisti del settore dello spettacolo dal vivo.

Nello specifico si tratteranno le discipline relative alla magia, il mimo, burattini, il comico acrobatico, il giocoliere, l'attore-clown, danza e commedia dell’ arte etc.
L’arte di commedia fisica e del Teatro Visuale si basa su un fattore fondamentale: L'Attore.

L'attore-clown è una figura eccentrica, spesso grottesca, che spazia dalla pantomima al teatro di parola, o al clown del circo, senza soluzione di continuità, mescolando diverse tecniche e stili.

Il workshop ha l'obiettivo di condurre i partecipanti nel cuore di questa affascinante disciplina, di scoprire e capire, attraverso una metodologia originale, la profondità di un alto livello di maestria e le risorse del talento di ognuno di loro. Il laboratorio ospiterà anche Yuri Olshansky che terrà alcune lezioni suddivise all'interno dei nove mesi di lavoro.

Il laboratorio è diviso in tre parti:
Sezione A: Sviluppa le competenze tecniche dell’Attore.
Sezione B: Sviluppa la tecnica e le competenze del attore-clown.
Sezione C: Formazione individuale.

PARTECIPANTI:
min 10 - max 16

CADENZA:
Da Ottobre 2018 a Giugno 2019 un weekend al mese
Venerdì 4 ore ( pomeriggio )
Sabato 6 ore ( mattina )
Domenica 6 ore ( mattina )
( Gli orari sono passibili di modifica)

visitate la nostra pagina facebook per ulteriori informazioni: https://www.facebook.com/events/846010135789695/

Report del Forum Partecipato Play!!! La civitas dello sport popolare

ALT- Giornale Partecipato ha promosso un nuovo FORUM come base di discussione ed elaborazione dell’area tematica del suo numero invernale, domenica 2 dicembre a SCUP (Sport e Cultura Popolare), dentro una delle sue palestre ricavate da una delle vecchie celle frigorifere di quelli che erano i docks, i magazzini a ridosso della rete ferroviaria. Il risultato del forum ha dato vita al numero 'Play la Civitas dello sport popolare, presentata il 18 gennaio 2019 alla Biblioteca 'Nelson Mandela'. 

Questo è l’incipit che ha dato il “la” al forum partecipato.

Vi siete mai chiesti cosa significa la parola sport ?

La sua etimologia è latina e arriva da “deportare”, ovvero uscire fuori porta. Per fare attività sportive si doveva andare fuori dalle mura della città. Dopo un passaggio dal francese desporter, gli inglesi iniziano ad usare il termine disport che poi si abbrevia in sport. Tenete conto che “diporto” viene ancora usato per intendere svago, gioco, passeggiare… Il punto che c’interessa è associare alla parola sport un concetto cardine: popolare.

Ciò ci permette di porre delle discriminanti rispetto alle tante declinazioni edoniste ed agonistiche per focalizzare l’attenzione sulla funzione sociale dello sport come opportunità di aggregazione, socializzazione, partecipazione, cura del corpo fino ad arrivare alla cura della città.

Da qui arriviamo all’idea che intendiamo mettere in campo: in che termini lo sport popolare, inteso come espressione di auto-organizzazione sociale, al di fuori dei modelli commerciali, istituzionali e pastorali (gli oratori ecclesiastici), possa contribuire alle dinamiche di cittadinanza attiva.

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Oltre Scup, per una cura del territorio

di Gaia Benzi, da CheFare

Il sole sta tramontando e tinge di ocra le palazzine color mattone. Batte sulle finestre degli ultimi piani e illumina i fiori che iniziano a sbocciare nei balconi, disposti in vasi ordinati accanto agli stendini. Il cielo è terso e azzurro, così azzurro da sembrare più grande del solito.

“Che guardi?” Chiara mi porge i volantini tirandoli fuori da una sacca, piccoli foglietti in bianco e nero con le attività della settimana e del mese stampate sopra. “Niente, il cielo”, rispondo stringendomi nel cappotto. Siamo stanche, abbiamo staccato da lavoro e siamo corse a Scup per fare questa cosa, altrimenti quando la facevamo, “dai non ci vuole tanto, così ci leviamo il pensiero”. Spegne la sigaretta e andiamo.

Raggiungiamo l’arteria principale, via Appia Nuova, e la strada ci inghiotte con la sua frenesia crepuscolare. Il traffico copre ogni cosa di fumi e di clacson, mentre un’umanità veloce si disperde in rivoli di macchine, autobus, motorini, tutta concentrata nello sforzo del quotidiano.

Ci fermiamo sul marciapiede accanto all’incrocio dell’Alberone e restiamo lì, impalate e un po’ intirizzite, ad allungare discretamente i nostri pezzi di carta. Qualcuno li prende volentieri, altri parlano al telefono, altri ancora scuotono la testa piccati e ci fanno scappare un sorriso complice.

“Ho bisogno di un caffè”, mi dice Chiara a un certo punto. Sarà passata mezz’ora, forse nemmeno. “Perché no, facciamo una pausa.” Ripongo i volantini nella sacca e ci sediamo ai tavolini di un bar poco distante.

Siamo cresciute in queste vie, le vie che circondano Scup, e ci capita spesso di fare volantinaggio insieme. Ho conosciuto Chiara quattro anni fa, per caso, e tra un bicchiere di vino e l’altro abbiamo fatto amicizia. A Scup abbiamo iniziato a parlare dei cambiamenti che il nostro quartiere stava subendo, e in un circolo vizioso di volantinaggi, bicchieri di vino e caffè reciprocamente offerti ci siamo dette che era necessario fare qualcosa per orientarli, questi cambiamenti, o almeno stargli appresso. Da allora, insieme all’offerta di servizi e alla creazione di posti di lavoro, la cura del territorio è diventata parte integrante dell’esperimento di community welfare che come Scup ci sforziamo di portare avanti.

Ma non è scontato. San Giovanni, e più in generale l’Appio-Latino, è una zona di Roma Sud che ha una sua storia e una sua evoluzione. Come ogni quartiere, borgata o rione di Roma, è una delle tante città dentro la città: un tempo campagna, confine della Roma intra muros, è diventata periferia ad inizio Novecento, finché la periferia non si è spostata un po’ più in là, e un po’ più in là ancora, e ancora, un polipo che allunga i suoi tentacoli verso l’agro romano. Oramai è considerata centro rispetto al resto della città consolidata.

Un po’ romana, un po’ mantovana, Chiara queste strade le ha attraversate sin da bambina. Ha studiato antropologia e adesso lavora come operatrice sociale, aiutando i migranti, applicando nella pratica quello che ha letto sui libri. Vive a Roma in pianta stabile da oltre vent’anni, e anche lei, come me, nel tempo ha visto il quartiere impoverirsi e chiudersi in se stesso.

Sorseggiamo il caffè con calma, accendiamo una sigaretta e ci guardiamo intorno. Una fila ininterrotta di luci al neon ci invita ad aprire il portafogli per mangiare, vestirci, telefonare, arredare, giocare, misurando la nostra identità con la quantità di contanti che siamo in grado di spendere lungo la strada di casa. Osserviamo le persone che ci passano davanti, spinte da un’urgenza insensata, che corrono e si urtano e non si guardano mai in faccia

Sono i liberi professionisti di San Giovanni, i pischelli dell’Alberone, i commercianti di via Appia Nuova, i nipoti dei ferrotranvieri che hanno dato vita al quartiere negli anni Venti, certo più ricchi dei loro nonni. Ti aspetteresti di vederli sazi e tronfi, e invece eccoli lì, nervosi e corrucciati, feriti dagli scempi immobiliari che hanno ridotto la florida offerta di servizi pubblici a una serie di transazioni economiche private. Mentre i palazzinari ingrassano, ignorando sistematicamente le compensazioni dovute alla città per le colate di cemento gettate in anni di anarchia urbanistica.

“Ma che c’avranno questi che so’ tutti incazzati”, sbotta Chiara scoppiando in una risata potente e facendo tremare la cascata di ricci che ha in testa. Un gruppetto di anziani accanto a noi si gira e inizia a borbottare, svuotando i bicchieri che ha davanti. “Beh, pure noi, non è che siamo messe meglio”, le rispondo mentre scivolo più in basso sulla sedia. Ride di nuovo. Alza le spalle e poi aggiunge: “In effetti un po’ li capisco”.

Sembriamo tutti sfaldati: noi, i passanti, i vecchi che borbottano, e soprattutto la cameriera bionda con due occhiaie pesanti che ci porta il resto al tavolino. Tanti atomi impazziti, incattiviti e sfiduciati.

La febbre immobiliare degli ultimi trent’anni ha disgregato il tessuto sociale che resisteva nei territori e lo ha diviso in monadi, singoli individui costretti a un lamento senza catarsi, un confronto senza empatia. Nella realtà mastodontica della città metropolitana, l’Idra romana dalle mille teste, la politica è diventata sempre più simile al tifo organizzato, e molti oramai si cullano nella convinzione che essere attivi politicamente significhi avere un’opinione sulle cose. Fare politica è diventato sinonimo di fare spogliatoio, perdendo così la capacità di influire nel presente, di adattare la materialità ai diritti, o anche solo di guardare al futuro.

Ogni tanto, però, un evento irrompe e spezza lo schema. Lo si incontra seguendo la scia di abbandono che la speculazione si è lasciata alle spalle. Le serrande abbassate e gli scheletri di grossi poli produttivi caratterizzano il paesaggio romano tanto quanto le antenne paraboliche che svettano nel cielo terso della Capitale, e i luoghi del cosiddetto degrado urbano stanno lì a segnare l’incompetenza, la miopia e a volte anche la malafede di chi ha amministrato questa città nei decenni passati. Eppure, malgrado tutto, è in questa scia che crepitano le fiammelle prepolitiche dell’aggregazione, i tentativi di tornare a fare gruppo su problemi comuni.

Il caffè è finito ma non abbiamo voglia di alzarci, la stanchezza del giorno ci inchioda alle sedie. Parliamo di villa Lazzaroni, un piccolo parco pubblico, poco distante da dove siamo adesso: è l’unico spazio verde rimasto intatto nella babele commerciale.

“Mi ricordo quando ci giocavo da piccola, era il fiore all’occhiello della zona”, dice Chiara con un po’ di nostalgia. La villa ora è lasciata a se stessa, i girelli e le altalene sono rotti e i bambini non ci giocano più. “Sai che su questa cosa è nato un nuovo comitato? Dovremmo contattarli, capire come possiamo aiutarli”, conclude accendendosi un’altra sigaretta.

Sento spesso affermare, soprattutto da chi occupa cariche istituzionali ma non ha oneri di governo, che la politica deve tornare a parlare dei problemi, trovare delle soluzioni ai problemi, riformare, oliare i meccanismi arrugginiti della macchina statale per far sì che tutto sia bello, pulito e funzioni come si deve. Ciò che Scup invece mi ha insegnato, con la grande pazienza e la flemma febbrile tipica dell’autogestione, è che i problemi, in realtà, non sono importanti: anche loro, come ogni cosa, da qualche parte hanno un punto debole.

Più importanti dei problemi sono le persone che quei problemi li vivono, e che pensano valga la pena affrontarli, in un modo confuso che ancora non sanno. A volte sono mosse da una spinta conservatrice, restia al cambiamento, che batte i piedi per difendere il proprio. Ma da quando è scoppiata la crisi, da quando progressivamente abbiamo visto chiudere cinema, biblioteche, esercizi commerciali, parchi, asili nido, luoghi di produzione, giostre per bambini, fagocitati dai mostri della rendita e della speculazione, persino l’associazionismo di base – quella politica dal basso che Pasolini disprezzava – ha iniziato ad assumere connotati differenti: i quartieri si sono trasformati in deserto, e la difesa del territori è diventata un tutt’uno con la rivendicazione dei diritti fondamentali dell’abitare.

Le piccole realtà territoriali, prima sparse, cercano ora la condivisione, si coagulano in reti e si scambiano contatti, pareri, competenze. Si accorgono che il proprio problema è connesso ai problemi degli altri, e si autorganizzano per immaginare insieme una soluzione a entrambi. È così che l’agglomerato indistinto di individui che erano stati fino a quel momento si evolve, in un meccanismo di mutuo riconoscimento e accettazione, per dare vita a qualcosa di più grande della somma delle parti: una comunità, rifondata sull’uso comune di spazi – fisici, mentali e spirituali – fertilizzati ogni giorno dalle relazioni che li innervano.

Le progettualità che fioriscono intorno ai beni comuni urbani, luoghi spesso spogli e dimenticati, sono una delle forme in cui oggi nasce un senso di appartenenza che va oltre il disagio dei singoli. Il community welfare, il welfare comunitario, diventa così la pretesa necessaria di ricostruire il benessere a partire dai territori, al di là delle differenze e della frammentazione che li caratterizza. Un processo che stimola le energie latenti della società e le riannoda fra loro, andando a soffiare l’ossigeno dell’aggregazione sulle braci dell’indignazione diffusa, generando dal basso un’idea che riassembli i cocci delle nostre vite e crei nuovi strumenti, per sé e per altri.

Abbasso gli occhi sui volantini: tra le attività della settimana spicca il laboratorio di progettazione partecipata sull’ex-deposito Atac di piazza Ragusa. Oltre a Scup, il porto sicuro dal quale salpiamo, c’è tutto un mondo di capannoni vuoti, parchi diroccati, edifici collassati da ristrutturare. C’è tutta una città da conquistare e ripopolare di energie, e sembra così piccola, vista da qui, così accessibile, ingabbiata nelle lettere del nostro volantino.

Chiara si alza e si infila goffamente la borsa a tracolla. “Dai, ricominciamo, un’altra mezz’ora e poi ci andiamo a rilassare a Scup”. Mi alzo anch’io e la raggiungo. Sui palazzi color mattone è calata la sera.

20 gennaio 2019: Melting Pop // Vie di libertà e di lotta

L’arco alpino ha da sempre costituito un punto di passaggio per giungere nel cuore del continente europeo. Ieri gli #antifascisti che tentavano di fuggire clandestinamente dalla repressione dell’Italia fascista, oggi i #migranti che si lasciano alle spalle la difficoltà di una vita vissuta in luoghi controversi.
Ma cos’è un #confine? Perché attraversare le Alpi è un fenomeno storico? Cosa accadeva e cosa accade oggi a chi tenta di varcarlo? Quali sono le motivazioni che spingono le persone a farlo? Perché vi è una criminalizzazione intorno all’idea di confine?

Ne discutiamo con:
- Saverio Werther Pechar, coordinatore della sezione di Roma dell’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna), il quale ha realizzato una serie di mappe digitali che illustrano graficamente le vie dell’emigrazione clandestina attraverso la frontiera italiana e in direzione della Jugoslavia, dell’Austria, della Svizzera e della Francia
-Silvio Marconi Anni Appio Latino
- Cecilia Mirafiori, ricercatrice torinese presso l’Università di Amsterdam, studiosa dei conflitti relativi alle migrazioni lungo l’arco alpino.

Programma

Ore 17.30 “ Roma Salvacibo presenta #ReFoodGees!” Degustazione di dolci, tè e tisane con Roma Salva Cibo, un progetto di solidarietà, inclusione e lotta allo spreco alimentare

Ore 18.00 "Vie di libertà e di lotta. Tra Resistenza e nuove migrazioni". Dibattito con Saverio Werther Pechar e Cecilia Mirafiori, con proiezione della mappe che illustrano le vie d'espatrio clandestino dall’Italia durante gli anni della dittatura fascista.

Ore 20.00 Cena meticcia con piatti siriani (Hummustown) ed asiatici.

A seguire: proiezione di materiali e servizi d'inchiesta sulle rotte migratorie delle Alpi

Scup come risposta alla monnezza

di Gaia Benzi, da CheFare

È giugno, fa caldo, sono le prime ore del pomeriggio. Robertino arriva trafelato, i capelli arruffati e il viso rosso per la fatica. È in anticipo ma si sente in ritardo, e invece di salutare dice “scusa” alle persone che incontra. Sorride e non si ferma, ha fretta, guizza via, e in un attimo sparisce dentro il capannone.

Fuori, sul marciapiede, siamo in tre quattro, intenti a osservare un mucchio di roba ammassato accanto alla serranda principale, gli ultimi doni che generosi romani ci hanno lasciato nella notte. Contiamo, in ordine: un materasso sfondato; la tavoletta di un water, rotta; la testiera di un letto per bambini; scaffali in alluminio; lo scheletro di una lavastoviglie o di una lavatrice, non si capisce bene; dei panni infangati, forse lenzuola.

Carlo afferra la testiera, è di legno massiccio e scuro, pesante e solida. Negli ultimi giorni abbiamo perso lo striscione perché il vento ce l’ha tirato giù, si è sbrindellato e ora è inservibile. Carlo guarda quel pezzo di legno e dice che ci serve una nuova insegna, qualcosa da mettere fuori quando siamo aperti. Sofia annuisce, “vado a prendere l’alcol per pulirlo”, e quando torna qualcuno ha già tirato fuori il temperino e iniziato a incidere la traccia della parola: SCUP.

scup

Scup è l’acronimo di Sport e Cultura Popolare. È un centro polifunzionale autogestito, che offre servizi professionali a prezzi popolari. È una palestra e un laboratorio artigianale, un mercato mensile eco-solidale, una biblioteca e un presidio culturale di Roma. È composto da precari dello sport e della cultura, professionisti di vari settori che dal 2012 hanno messo insieme le loro competenze ed esercitano lì il proprio lavoro.

Un tempo si trovava in via Nola, finché il 7 Maggio 2015 è stato sgomberato dalle ruspe, diventando un cumulo di calcinacci. Allora un grande corteo ha attraversato il quartiere e ha camminato a lungo, e a un certo punto si è fermato in una via, decidendo che quella sarebbe stata la sua nuova casa.

Quella via si chiama via della Stazione Tuscolana, ed è una strada di passaggio in cui non c’è niente, una bretella di collegamento fra le due consolari Tuscolana e Casilina. Nessuno la imbocca a piedi volontariamente, e se lo fa di solito è perché si è perso, o sta seguendo le indicazioni di Google Map sul cellulare, salvo pentirsene subito dopo: si sa che i navigatori conoscono le strade, ma non hanno idea di cosa significhi percorrerle.

E percorrere via della Stazione Tuscolana è un’esperienza brutta, di quelle che ti fa cambiare marciapiede e imboccare la prima a sinistra per evitare le pile di vestiti, mobili e rifiuti vari ammonticchiati ai margini, l’asfalto spaccato dalle radici degli alberi e le cacche di cane a mo’ di pietre miliari. Da un lato un lungo muro separa la strada dai binari delle ferrovie, il fischio dei treni in transito fa sobbalzare chi non se lo aspetta. Si attraversa e si va dall’altra parte, su via della Stazione Tuscolana, perché non si sopporta la puzza di piscio e a volte si ha la netta sensazione, soprattutto di notte, che potrebbe succederti un po’ di tutto, e nessuno se ne accorgerebbe.

Ma se, con grande determinazione, la si percorre fino a metà, dal 7 Maggio 2015 qualcosa infine la si incontra, e questo qualcosa è Scup.

Visto da fuori, Scup è indistinguibile dalle macerie che lo circondano. Anche quando una delle serrande è alzata in segno di apertura, l’impressione che se ne ha è che l’insegna sia lì per sbaglio, una cosa vecchia buttata in mezzo ad altre cose vecchie. Poi si entra, e lo scenario cambia, poliedrico, muta costantemente col variare delle stagioni e delle ore del giorno.

A volte è pieno di gente e fa caldo anche se è inverno, perché i corpi ammassati nei lunghi tavoli da osteria combattono il freddo col loro tepore naturale. Le persone siedono vicine e parlano fitte, coprendo di chiacchiericcio la musica in sottofondo.

Le mattinate e le domeniche, invece, è pieno di bambini, e di adulti poco cresciuti, riuniti intorno a uno spettacolo di maschere o a un laboratorio di fai da te. I capannoni rimbombano delle urla acute dei piccoli e delle risate dei genitori in libera uscita, specialmente quando c’è mercato e gruppi di vecchi amici si ritrovano dopo tanto tempo.

Durante i lunghi pomeriggi infrasettimanali capita spesso di incontrare persone più anziane, che abitano in zona e sono venute a prendere un tè. Se poi fanno parte di comitati e associazioni, attorno gli stessi tavoli da osteria dove gli amici chiacchieravano la sera prima si svolgono lunghe riunioni sui problemi del quartiere, mentre gli atleti escono dalla palestra e fanno capannello poco distante. C’è sempre qualcuno che arriva senza sapere bene cosa aspettarsi, e il primo gesto che fa è guardare in alto, verso le travi di metallo del tetto da cui pende un’enorme tela cerata di colore blu, a metà fra una grondaia e un’installazione artistica.

Ma la verità è che non si ha nessun motivo per entrare in quei capannoni, a meno di non conoscerli già, perché Scup è circondato dalla mondezza. La mondezza c’era anche dentro, all’inizio, ed è stato difficile e faticoso raccoglierla nei sacchi neri condominiali e chiamare l’Ama perché se la venisse a prendere. È stato possibile solo grazie a decine di persone coperte di tute bianche e mascherine in faccia, che in quei primi giorni di Maggio hanno tirato fuori le scarpe vecchie dall’armadio e sono venute a darci una mano.

Quindi potrei stare qui a spiegare che Scup è nato come risposta alla crisi attraverso un piano di mutualismo, servizi, reddito e condivisione, perché l’economia il territorio il welfare etc., e forse andrebbe bene anche così; ma a essere onesti Scup, come ogni spazio sociale recuperato, nasce dalla mondezza. È una risposta alla mondezza, un elemento trasformativo che si occupa della mondezza della città, occupandola.

Tuttavia, non bisogna pensare che la mondezza sia solo materiale, come fossimo un gruppo di netturbini volontari pronti a raschiare via ogni adesivo dai pali della luce con solerte e indomabile dedizione. Quando parlo di mondezza mi riferisco a tante cose, come all’isolamento, per dirne una, che è una specie di mondezza dell’anima. L’isolamento della via, il fatto che fosse abbandonata, che ci venissero soltanto le coppiette a sbaciucchiarsi e la scuola guida a fare gli esami. E soprattutto l’isolamento di chi ci finisce, in quella via, ed entra a Scup, perché un amico un fratello un conoscente gliene ha parlato, o ha visto la locandina da qualche parte, e appena entra ha subito l’impulso a raccontarti la sua storia.

È la cosa che capita più spesso, a Scup, che qualcuno si avvicini e si metta a parlare di sé, come una diga che si rompe per la troppa pressione. Si tratta di persone di tutti i tipi, che negli anni hanno visto calare il loro potere d’acquisto e quindi hanno bisogno di risparmiare sulla palestra, o sul corso di francese, o che magari un potere d’acquisto non ce l’hanno mai avuto, e dunque non sanno che farsene, per dirla in breve, della cosiddetta società dei consumi.

Ti siedi con loro e li ascolti parlare. Siamo tutti a vario titolo precari o disoccupati, e sembra che nel tempo abbiamo maturato, ciascuno con la sua dose di buone ragioni, la convinzione che i nostri fallimenti siano frutto di incapacità personali. Eppure, nel dirselo insieme, in quel momento, a Scup, acquistiamo coscienza del fatto che di quei fallimenti non possiamo rivendicare un’esclusiva proprietà. E forse non è nemmeno corretto definirli fallimenti tout court, forse si tratta semplicemente di mondezza mentale, da mettere in circolo e trasformare.

Così come quei capannoni non sono affatto luoghi del degrado urbano ma, al netto del sudore della fronte e di una buona dose di immaginazione, sono una sala per le prove teatrali e un’hosteria in costruzione, un corso di break-dance e il vino dei Castelli versato nel tuo bicchiere direttamente dal produttore, che ne parla commosso mentre tu ti ubriachi.

Nei comunicati scriviamo che è stata la crisi a far scattare la molla di Scup, ed è corretto e allo stesso tempo riduttivo. La crisi ci ha semplicemente portato a condividere il disagio che fino a quel momento eravamo costretti a provare ciascuno singolarmente, e a convertire quel disagio in un progetto di riscatto.

Per questo non avevamo paura della mondezza che abbiamo trovato quando siamo entrati, né abbiamo paura di quella che ci circonda oggi, sparpagliata fuori dai capannoni in ristrutturazione. Abbiamo capito che la mondezza è il minimo comune denominatore di una città abbandonata a se stessa, e come tale va accolta e compresa.

Smaltire la mondezza significa in fondo solo raccoglierla e spostarla da un’altra parte. Riciclarla, invece, somiglia di più a un processo poetico, nel quale uno sguardo inattuale è in grado di vedere la bellezza là dove gli altri vedono soltanto degrado e deformità.

“Poeticamente abita l’uomo su questa terra”, cantava Hölderlin, e poeticamente ci abita ancora, quando se ne ricorda, andando a caccia di parole nuove, di un nuovo immaginario che trasformi la mondezza in qualcos’altro: una fabbrica urbana che converta materia in energia. Che la materia sia poi un libro o corso sportivo, un concerto o una proiezione cinematografica, una riunione o la testiera di un letto, poco importa. Sarà indifferente, nei momenti di lotta come in quelli di svago. Saranno energia anche le chiacchiere fatte ai margini di eventi gremiti di solitudini che, pure se non combaciano mai perfettamente, almeno si incontrano e si riconoscono.

Oltre una normalizzata efficienza

"L'università di Warwick, nel nord dell’Inghilterra, è immersa nella verdissima campagna inglese. D’inverno le temperature rigide e l’umidità oltre il cento per cento ne costringono la vita sociale dentro palazzoni di cemento armato, con grandi vetrate che catturano le poche ore di sole a disposizione. L’aspetto è sgradevole, ma funzionale. L’intero campus si snoda per chilometri in una planimetria ondulatoria e geometrica insieme, costellata di stradine alberate e panchine e ampi prati a separare gli edifici che ospitano le facoltà, ed è, nel complesso, il tentativo mal riuscito di riprodurre una città in miniatura.

Scup è un progetto di alternativa che si è fatto comunità. cheFare ospita una serie di articoli che ne raccontano la storia attraverso la voce dei suoi attivisti.

Leggi il resto dell'articolo su Che Fare

18 novembre 2018: Melting Pop // Rotte migratorie. Frontiere, confini, solidarietà

Programma

Ore 18:00 Presentazione del progetto Mediterranea Saving Humans e di “Esodi”, la mappa delle rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa, realizzata da MEDU - Medici per i Diritti Umani

Ore 20:00 Cena meticcia con piatti asiatici (Cina e Filippine) e dell'Africa occidentale (a cura del Baobab Street Food / Catering Ristorante)

Ore 21:30 Proiezione di Iuventa Il Film, di Michele Cinque

MEDITERRANEA - #SavingHumans

Una nave italiana, “Mediterranea”, è partita dalle nostre coste per raggiungere il Mare Mediterraneo e svolgere un'attività di monitoraggio, testimonianza e denuncia della drammatica situazione che vede costantemente donne, uomini e bambini affrontare enormi pericoli nell'assenza di soccorsi, nel silenzio e nella complice indifferenza dei governi italiano ed europei.
Mediterranea è una piattaforma di realtà della società civile arrivata nel Mediterraneo centrale dopo che le ONG, criminalizzate dalla retorica politica senza che mai nessuna inchiesta abbia portato a una sentenza di condanna, sono in gran parte state costrette ad abbandonarlo.
Mediterranea ha molte similitudini con le ONG che hanno operato nel Mediterraneo negli ultimi anni, a partire dall'essenziale funzione di testimonianza, documentazione e denuncia di ciò che accade in quelle acque, e che oggi nessuno è più messo nelle condizioni di svolgere.
Al tempo stesso, Mediterranea è qualcosa di diverso: una “azione non governativa” portata avanti dal lavoro congiunto di organizzazioni di natura eterogenea e di singole persone, aperta a tutte le voci che da mondi differenti, laici e religiosi, sociali e culturali, sindacali e politici, sentono il bisogno di condividere gli stessi obiettivi di questo progetto, volto a ridare speranza, a ricostruire umanità, a difendere il diritto e i diritti.

IUVENTA

Il film documentario Iuventa racconta gli eventi di un anno cruciale della vita di un gruppo di giovani europei, tutti con differenti ruoli impegnati nel progetto umanitario della ONG Jugend Rettet: dal primo viaggio della nave Iuventa nel Mediterraneo fino alle pesanti accuse che oltre un anno dopo hanno portato al sequestro preventivo della nave nell'ambito di un’indagine sull'immigrazione clandestina.
L’obiettivo della ONG dalla sua formazione è sempre stato quello di dimostrare che un programma di salvataggio nel Mediterraneo è non solo necessario ma è anche un dovere morale dell’Europa: i giovani di Jugend Rettet non hanno mai pensato di rappresentare niente di più che una soluzione temporanea al vuoto lasciato dall’Europa all'indomani della chiusura di Mare Nostrum.

ESODI - La mappa

ESODI è una mappa web interattiva realizzata sulla base delle testimonianze di oltre 2.600 migranti dell'Africa Subsahariana raccolte in quasi quattro anni (2014-2017) dagli operatori e i volontari di Medici per i Diritti Umani (Medu). Essi sono parte delle 900mila persone – uomini, donne, bambini – sbarcate sulle coste italiane negli ultimi 16 anni, delle quali quasi la metà negli ultimi tre anni.Essi appartengono ai sopravissuti all'attraversamento del Mediterraneo centrale, che ha visto dal 2002 almeno ventimila vittime tra morti e dispersi, e all'attraversamento del Sahara e alle detenzioni e ai sequestri lunga le rotte terrestri, il cui numero di vittime è per certo tragicamente alto anche se ignoto a tutti nella sua esatta entità. ESODI racconta nel modo più semplice e dettagliato possibile i motivi della fuga e le rotte affrontate dai migranti dall'Africa sub-sahariana all'Italia, le difficoltà, le violenze, le tragedie e le speranze attraverso le voci e le informazioni dei protagonisti.

BAOBAB STREET FOOD

Il Baobab Street Food / Catering Ristorante è una piccola cooperativa gestita da giovani di diverse nazionalità, prevalentemente senegalesi, cuochi appassionati dalla loro cucina di provenienza che ricercano e rielaborano piatti tradizionali di ciascuna cultura per creare proposte culinarie dal sapore diverso. Organizzano catering e girano per i mercati rionali con un food truck, e collaborano con varie realtà sociali presenti sul territorio.

Diffondiamo La città delle donne!

In occasione della manifestazione del #24novembre abbiamo deciso di stampare e diffondere #LaCittàDelleDonne!

Partecipa al crowfounding!

Una mappa di tutte e per tutta la città, uno strumento utile per far conoscere gli spazi che a Roma sono gestiti e rivolti alle donne. Una mappa dei luoghi che offrono ascolto, protezione, accoglienza, che avviano percorsi di autodeterminazione: dai Centri Anti Violenza ai luoghi di cultura, dai consultori ai collettivi femministi, dai servizi socio-sanitari agli sportelli legali. Una mappa per rendere visibili e contribuire a mettere in rete tutte quelle esperienze che operano per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne, mostrando anche come molti di questi spazi, nati per rispondere ad un vuoto istituzionale, sono oggi sotto attacco e rischiano di chiudere, in una città già segnata dalla carenza di luoghi dedicati alle donne. Una mappa aperta e collaborativa, per ridisegnare e progettare insieme la città, dando spazio ai bisogni, alle necessità e ai desideri delle donne. Tramite questo crowdfunding stiamo raccogliendo i fondi per la stampa e naturalmente, più donazioni ci saranno, più copie potremmo distribuire!

La mappa virtuale

A questo link è consultabile la mappa virtuale: http://bit.ly/MappaCittàDelleDonne

La città delle donne è ideata per essere una mappa aperta e collaborativa : contribuisci ad ampliare e migliorare la mappatura inviandoci le tue segnalazioni alla mail info@reter.org o attraverso il ReTerWiki: https://wiki.reter.info/territorio:donne

La mappa ad oggi è stata realizzata dal collettivo ReTer - Reti e territorio, in collaborazione con Scup! Sport e Cultura Popolare, Lucha Y Siesta Alt! Giornale Partecipato.

Il progetto ReTer

ReTer è un esperimento di cartografia critica e collaborativa in costruzione che ha tra i proprio obiettivi quello di facilitare l'incontro in un ambiente condiviso, indipendente e non profit delle azioni isolate di mappatura attive in rete e sul territorio. Un network territoriale di associazioni, comitati, enti locali, dipartimenti e laboratori universitari che siano già attivi in questo ambito o dotati di strumenti e banche dati utili.
Riteniamo che sia importante liberare spazi della rete attraverso infrastrutture e servizi indipendenti e autogestiti operando fuori da dinamiche e interessi commerciali nella tutela dei diritti di libertà di comunicazione e di espressione, di tutela della privacy e dell'anonimato, nella salvaguardia dei digital commons, i beni comuni digitali, affinché rimangano risorse non del mercato o del governo ma delle persone.