Storie dalla Quarantena

Iniziamo il viaggio delle “Storie dalla quarantena” con il contributo della Logopedista Marta Tosatto che riflette su “chi la quarantena la vive da anni”

Da una vita in quarantena

(di Marta Tosatto)
Durante questa quarantena il mondo dei social è un mosaico di hashtag e post :
portata principale – #iorestoacasa
accompagnato da contorni quali #food, #iocanto, #alle12scattalaclap, #iomiallenoacasa e via dicendo….
quasi quasi non sembrano male queste giornate.
Tutta Italia si stringe a Coorte, fra la noia e il pubblico chiacchiericcio.
Ad un tratto si trova anche un nuovo nemico comune: il runner (purtroppo di migranti non si parla più, perché ora lo sguardo è tutto rivolto a noi e le guerre mediatiche contro chi rischia la vita per fame, guerra e disperazione – per ora, in tanta emergenza – non fanno guadagnare consensi elettorali. A qualcosa dobbiamo attaccarci, stavolta a chi sta meglio di noi).
Poi accendi la tv, apri un giornale (web), e ti sembra di vivere in un paese geniale, pieno di inventori, di insegnanti ultra tecnologici; in un paese solidale, quante persone si stanno dedicando ai più deboli, fanno la spesa a tutti i vecchietti del quartiere (anche se vedo solo loro sotto casa, boh).
Metto un paio di like e faccio colazione con la calma domenicale che ormai è quotidiana, arriva l’ora della prima teleriabilitazione della mattina, accendo skype e il cellulare del lavoro.
Il primo appuntamento salta perché il ragazzo non ha dormito tutta la notte, perciò ora la mamma non si azzarda a svegliarlo, significherebbe dover affrontare crisi comportamentali più dure in giornata, ci aggiorneremo nel pomeriggio.
Approfitto per inviare qualche messaggio per sapere come stanno alcuni dei bimbi che seguivo e che ora, poiché non hanno un PC o una connessione WIFI in casa, o “semplicemente” perché troppo piccoli o troppo gravi per poter stare davanti ad uno schermo, non posso che seguire a distanza facendo lunghe chiacchierate con i genitori.
Ecco che #iorestoacasa non ha più lo stesso suono dei social, i cinguettii uditi all’alba diventano grida condite di sconforto, frustrazione e solitudine. “Non riesco a fargli fare nulla, passo le giornate a calmare le sue crisi e a cercare di non farlo
innervosire”, “Per fortuna viene un assistente una volta a settimana, gli fa fare una piccola passeggiata intorno a casa, così si sfoga un po’ ”, “Sì, la maestra mi ha mandato degli esercizi, ma appena prendo il materiale inizia ad urlare e scappa, non
siamo capaci”, “da ieri è più nervoso, manesco, mi sta riempiendo di botte sulle braccia”, “Io e mio marito siamo in smart working, perciò non posso dedicargli il tempo che vorrei”.
Parafrasati ma reali, messaggi che i genitori mi mandano in queste giornate per loro infinite, giornate vuote di impegni ma piene di impegno. Per la quasi totalità di chi sta leggendo, aver interrotto la palestra, le lezioni di musica, gli aperitivi, le
passeggiate, è un sacrificio, ma, tutto sommato, lo si può sopportare, per loro è mancanza di ossigeno.
I genitori di bambini con disabilità non riempiono le loro giornate di impegni perché non sanno che fargli fare o perché così ci pensa qualcun altro, lo fanno per necessità, per far apprendere il più possibile ai propri figli, per stimolare le loro funzioni con strumenti differenti, e sì, anche per respiro.
Per questi bambini aver interrotto tutto in un solo momento è stato terribile, e soprattutto incomprensibile, hanno semplicemente visto sparire le loro figure di riferimento in un colpo magico, vivendo un senso di abbandono, non possono
comprendere quello che sta accadendo, ne vivono, subendoli, solo gli effetti. Niente scuola, niente piscina, niente terapia, niente gonfiabili, niente atletica, niente. I genitori, anche loro con un colpo magico, si ritrovano ad essere insegnanti, educatori, istruttori, animatori tutto, ma in estrema solitudine. Per loro non ci sono le ragazze di quartiere che gli fanno la spesa, non ci sono siti su cui poter essere segnalati (però qualcuno li ferma o gli grida dal balcone perché escono a fare il giro del palazzo), non ci sono aiuti domiciliari aggiuntivi (a meno che non se li paghino in privato), non ci sono bonus per le terapie che stanno perdendo (quando si ricomincerà sarà dura, molto del lavoro fatto andrà perso purtroppo. No, non si può riabilitare via skype un bambino con autismo non verbale di grado moderato e severo, non ci sta seduto davanti al Pc, non sta seduto nemmeno a terra in terapia). C’è tanta e pesantissima solitudine, c’è l’abbandono totale da parte di chi dovrebbe prendersene cura, come sempre c’è la grande separazione tra chi può e chi non può. Di tutto questo quasi nessuno ne sta parlando, non vedo post di denuncia, a parte qualche sindaco che apre i parchi per i bambini e ragazzi con autismo, non vedo decreti, non vedo flash mob.
Domani, come ogni anno, leggerò bellissimi post per la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo; il 2 Aprile, il 3 già ci sarà altro da postare. Se qualcosa questa quarantena ci deve portare, che sia la consapevolezza di noi e di
chi ci sta accanto.